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Quirinale: a 10 giorni dal voto, politica ancora allo stadio di “Paese dei campanelli”

L'Italia, sul piano interno e internazionale, ha bisogno di una prova di vitalità del suo sistema politico, sennò si apre al presidenzialismo

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Come dice nella sua bella intervista sul Corriere della Sera di oggi Marco Follini (ex deputato, senatore, vicepresidente del Consiglio dei ministri, fuori della politica ormai da anni dopo aver militato nella DC, nel centrodestra e nel centrosinistra): «Un presidente eletto al primo scrutinio sarebbe una prova di vitalità del sistema politico, al quarto o quinto denoterebbe una criticità, andare oltre è come srotolare il tappeto rosso sotto i piedi di chi pensa che occorre inoltrarsi verso una repubblica presidenziale».

In effetti quello di cui avrebbe estremo bisogno oggi l’Italia sia sul piano interno sia, ancor più, su quello internazionale, è proprio «una prova di vitalità del suo sistema politico» con l’elezione, al primo scrutinio, di un presidente che non rappresenti “il trofeo” di una parte politica a discapito delle altre ma sia davvero il presidente di tutto il Paese, cioè il capo di uno Stato e rappresentante di una Nazione (Istituzione e Popolo) uniti al punto di poter adeguatamente giocare il ruolo che compete loro in Europa e nel mondo.

Lo spettacolo cui stiamo assistendo a ormai solo dieci giorni dal voto è invece qualcosa di sconcertante se non addirittura avvilente: a destra il tentativo di riesumare la figura di un personaggio quanto mai discusso e discutibile che nel bene e nel male ha ormai giocato ed esaurito il proprio ruolo politico nell’arco di oltre un ventennio in un’Italia in transizione (mai finita) dalla prima alla seconda Repubblica, una figura certamente sprovvista di quella terzietà necessaria per rappresentare “super partes” il Paese intero, una figura che nulla più potrebbe esprimere di politico per il futuro dell’Italia se non congelare o addirittura far retrocedere la sua posizione nel panorama internazionale; a sinistra & dintorni un vuoto di idee, di nomi e di visione tra chi, come Letta (Enrico) e Conte, attende ancora il mandato a trattare (?!), chi (Di Nicola) punta ancora sul “Mattarella bis”, chi (lo stesso Letta) butta là l’ipotesi Draghi ma, dicono i suoi, solo perché non può apparire ostile verso il premier (?!), chi come Toninelli «invoca un pronunciamento della rete»; tutto intorno infine c’è anche chi come Renzi fa il pesce in barile e, tra una ipotesi e l’altra (perché «non bisogna mai innamorarsi di una soluzione sola»), non si sbilancia neanche con i suoi parlamentari dei quali anzi, come riporta tra virgolette il Corriere, dice: «Li riunisco online così li confondo meglio».

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Insomma la scelta del Capo dello Stato, che per un Paese civile e moderno dovrebbe essere uno dei momenti della più alta politica nazionale, per noi, a dieci giorni dal voto, rischia di essere una barzelletta tale da farci fare all’estero la solita figura di Paese dei Campanelli (solo per essere buoni e non dire invece Paese degli intrallazzi). Come uscirne? Beh a questo punto visto che tra i parlamentari una figura adatta sembra non esserci, o almeno i partiti non sembrano in grado di trovarla e raggiungere su di essa un accordo, la soluzione potrebbe essere quella di cercare all’esterno del Parlamento una figura di alto prestigio morale e civile in grado di rappresentare adeguatamente il Paese.

Dice: «Ma sarebbe un presidente tecnico!». E allora? Se tecnico può essere il Presidente del Consiglio, il cui incarico è un incarico fortemente operativo sia sotto il profilo politico sia sotto quello amministrativo, a maggior ragione dovrebbe poterlo essere il Presidente della Repubblica, il cui incarico è sostanzialmente di rappresentanza del Paese verso l’estero e di garanzia di libertà, democrazia e giustizia al suo interno!

Del resto se la “politica” è davvero intenzionata a mostrarsi inadeguata e incapace anche ad assolvere il compito (attribuitole dalla Costituzione) di scegliere il Capo dello Stato appare inevitabile la prospettiva evocata da Follini di una Repubblica Presidenziale. Una prospettiva non certo scandalosa ma che, almeno nel futuro prossimo, potrebbe mal conciliarsi con l’elettorato italiano divenuto negli anni, non certo per sua colpa, fortemente astensionista e qualunquista.

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Achille Nobiloni
Achille Nobiloni
Nato a Frascati (Roma) nel 1952. Giornalista pubblicista. Dieci anni corrispondente del Messaggero dalla provincia; quindici anni redattore dell'agenzia Staffetta Quotidiana Petrolifera, venti anni dirigente d'azienda in Agip Petroli e in Eni nella direzione Relazioni Esterne e Rapporti Istituzionali. Attualmente in pensione, appassionato di storia locale e arte.
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