7.4 C
Roma
lunedì 28 Novembre 2022
spot_img
spot_img

Giornale di attualità, opinioni e cronache dall'Italia e dal mondo
direttore: Massimo Marciano

HomeCronache MetropolitaneLa bella signora in bicicletta

La bella signora in bicicletta

Negli anni '40 nonna Yvonne fu una delle prime donne ad andare in bicicletta e a prendere la patente di guida a dispetto dei costumi dell'epoca e dei pregiudizi di una cittadina di provincia come Novara. A 98 anni ricorda gli sguardi severi dei passanti. «Per le benpensanti era disdicevole, gli uomini invece guardavano le gambe. Per me non c'era nulla di trasgressivo. Non mi sono mai separata dalla bici»

- Pubblicità -

«Non mi sono mai separata dalla bicicletta. Rappresentava la mia libertà. Anche se a volte era pesante pedalare, perché la bici una volta pesava, mi dava l’idea che avrei potuto raggiungere qualsiasi luogo e rompere quelle ingessature di costume che attribuivano un rigore eccessivo ai comportamenti femminili. Anche in situazioni innocenti come andare in bici».

Yvonne è nata nel 1924 in una cittadina del pavese, secondo anno del regime fascista. Venne cresimata con il nome di Eva perché all’epoca erano banditi i nomi stranieri (leggi: https://www.fanpage.it/cultura/nel-luglio-1923-il-fascismo-vieta-le-parole-straniere-cosi-il-sandwich-si-trasformo-in-tramezzino/). Trascorse la sua giovinezza durante il Ventennio fino all’epilogo della seconda guerra mondiale. Visse le restrizioni dell’epoca, la carestia di cibo e le razioni di pasta, gli abiti e i tessuti ricuciti, i maglioni fatti a mano con la lana rimediata.

La signora Yvonne oggi (foto Marina Testa)

La sua prima bici fu uno straordinario regalo della mamma: era la sua famiglia da quando il padre venne a mancare all’improvviso. Un velocipede in ferro, con le ruote grandi e il cestino. Ma tutto per lei. Oggi cimeli del genere possono essere visti in alcuni musei che ripercorrono la storia della bicicletta: https://www.rivistabc.com/5-musei-della-bicicletta-in-italia-quando-e-come-visitarli/

- Pubblicità -

«Ci andavo dappertutto. Ricordo che raggiungevo un paese vicino e poi tornavo, percorrendo una decina di chilometri in mezzo alla campagna, alle risaie. Andando in giro, mi resi conto che molti bambini o adolescenti non avevano lo stesso privilegio. La bicicletta, nel paese in cui abitavo, non era per tutti. Poi quando sono diventata un po’ più grande si usciva in quattro, perché una signorina per bene non andava da sola oppure insieme ad un solo ragazzo. Si pedalava insieme ed era molto divertente. Anche un mio ammiratore pedalava con me, ma le nostre uscite non hanno avuto più seguito perché poi ci siamo trasferiti nel capoluogo affinché io potessi proseguire gli studi in un istituto superiore».

Novara per Yvonne è stata la città del cambiamento. Se fino ad allora era vissuta solo con la madre, incontrò l’uomo che sposò e con il quale ebbe tre figli. Ma a fianco a lei non è mai mancata una bicicletta sulla quale si spostava quotidianamente per fare la spesa o altre commissioni, nonostante la contrarietà dei benpensanti. Erano gli ultimi scampoli degli anni ’40 e le regole della buona educazione erano saldamente ancorate ad un atteggiamento composto che per le donne contemplava anche non spostarsi in bicicletta.

La signora Yvonne da giovane (foto archivio Marina Testa)

«Mi sentivo gli sguardi addosso sia delle donne che degli uomini. Le donne ritenevano disdicevole che una signora, sposata tra l’altro, salisse in sella. Per gli uomini, invece, secondo me era un’occasione per guardare le gambe! La moda di allora non prevedeva i pantaloni per le donne, ma solo gonne. E io andavo in bici con la gonna».

Sorride Yvonne nel ricordare quei tempi e la sua ingenua trasgressione che lei considerava un baluardo di modernità. Eppure, la bella signora in bici non era mai stata scomposta, tanto meno si era mostrata in maniera discinta. Al contrario, il suo parlare era forbito, il suo senso civico elevato e il suo abbigliamento sempre decoroso in ogni occasione sia sociale che domestica.

«Non condividevo quell’atteggiamento sprezzante verso le donne che utilizzavano la bici per muoversi. Non c’era nulla di malizioso, era solo un’esigenza. La bici era utile, più maneggevole della macchina e più distensiva». E detto da una delle primissime donne che hanno preso la patente in una cittadina di provincia come Novara vuol dire tanto. «E poi il mio primo sostenitore era il mio caro marito. Se non aveva nulla in contrario lui…».

Intoniamo con lei la celeberrima canzone “Ma dove vai bellezza in bicicletta”, colonna sonora del film del 1951 con Silvana Pampanini e Delia Scala e che ebbe un successo enorme: https://www.bikeitalia.it/2016/01/06/silvana-pampanini-bellezza-in-bicicletta. Il motivetto rimase impresso negli anni a venire e ancora oggi, a 98 anni, nonna Yvonne lo canticchia con allegria ricordando la sua giovinezza in un’epoca dura ma resa più leggera da un giro di ruota.

Oggi a Novara sono in molti a spostarsi in bicicletta, di tutte le età e per i più differenti motivi: lavoro, spesa, svago, turismo. Le piste e le corsie ciclabili ci sono ma non a sufficienza a coprire l’intera città, tanto che le associazioni ciclo culturali come la sezione locale della Federazione italiana ambiente e bicicletta (Fiab: https://amicidellabicinovara.org/ e https://www.facebook.com/fiabnovara/) sono costantemente impegnate affinché si creino condizioni di maggiore e diffusa sicurezza e vivibilità per ciclisti e pedoni con strade a traffico moderato e spazi dedicati. Oltre ad offrire gite nei luoghi di maggiore interesse paesaggistico.

La bicicletta, dunque, sta vivendo un nuovo momento di “liberazione”.

Il centro di Novara (foto Marina Testa)
- Pubblicità -
Marina Testa
Marina Testa
Cresciuta a pane e televisione, maturata negli ambienti della stampa scritta, parlata e visiva, sono una giornalista professionista dal 2004 con esperienze anche nell'ambito di uffici stampa pubblici e privati. Credo nella comunicazione e nell'informazione perché significa entrare in contatto con le persone, raccontare realtà che altrimenti resterebbero fuori dalla porta della storia. A volte sono i luoghi stessi la testimonianza diretta di quanto avvenuto. A volte basta uno scatto fotografico per capire. Vivere nella Valle del Sacco ha radicato ancora di più alcune mie innate convinzioni sul rispetto e l'integrazione con l'ambiente naturale, fonte dell'esistenza di tutti. Un assioma che permea l'attivismo in una federazione per la promozione della ciclabilità.
- Pubblicità -

Primo Piano

Ultimi Articoli