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HomeAttualitàLe pensioni e l'inflazione: cercando di spiegare l'inspiegabile

Le pensioni e l’inflazione: cercando di spiegare l’inspiegabile

Cosa comporta in concreto per i pensionati l'applicazione di una o l'altra delle 3 ipotesi di cui si discute in merito alla legge di bilancio

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Rivalutazione “integrale”, “per scaglioni” o “per fasce”? Cosa vogliono dire queste tre ipotesi e cosa comportano in concreto per i pensionati? Il dibattito di questi giorni intorno ad uno dei temi molto delicati affrontati nel corso dell’esame della legge di bilancio ci porta a tentate di dare un chiarimento sui termini che rappresentano azioni che incidono poi sulla vita delle persone.

La “rivalutazione integrale” consiste nel riconoscere a tutte le pensioni un aumento corrispondente al tasso d’inflazione registrato nel corso dell’anno, in modo tale da mantenere inalterato il loro potere d’acquisto. Sarebbe la soluzione più razionale e più equa: i prezzi al consumo aumentano in misura percentuale uguale per tutti e quindi non ci sarebbe nulla di male ad applicare a tutte le pensioni lo stesso aumento percentuale fatto registrare dal tasso d’inflazione. Del resto chi ha una pensione più alta già paga imposte progressivamente più alte e il principio della progressività ed equità fiscale è salvo.

E invece no! L’economia è in crisi, è stato deciso che occorre fare dei sacrifici ed è stato deciso anche che i pensionati debbano essere i primi a farli. Ma farli come, tutti allo stesso modo? E no, troppo semplice: chi prende di più paga di più, o meglio chi ha la pensione più alta prende di meno… con buona pace della progressività ed equità fiscale e del fatto che già oggi a chi ha redditi più alti vengono applicate aliquote Irpef crescenti e più alte.

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Per questa “perequazione”, in sostanza una specie di tassazione aggiuntiva ma differenziata all’interno della categoria dei pensionati, si è pensato ad aliquote progressivamente decrescenti al crescere dell’ammontare della pensione.

Cosa vuol dire? Vuol dire che se il tasso d’inflazione registrato nel corso dell’anno è stato pari al 5,4 per cento, questo valore non si applica integralmente (cioè al 100%) a tutte le pensioni ma sono stati creati degli “scaglioni”. Per le pensioni inferiori o uguali all’importo della pensione minima (567,94 euro) la rivalutazione del 5,4 per cento sarà applicata addirittura in misura maggiore, pari al 102,7% corrispondente a una rivalutazione del 5,5% anziché 5,4 mentre per tutte le altre pensioni si seguirà lo schema illustrato nella prima tabella pubblicata qui sotto.

Senonché, già come per lo scorso anno, pare che anche questa volta gli “scaglioni” saranno trasformati in “fasce”! Cosa vuol dire questo? Vuol dire che non è che se uno ha una pensione lorda di 3.500 euro il 5,4% di adeguamento gli sarà ridotto al 4,6% per la parte eccedente i 2.271 euro e poi al 2,9% per la parte eccedente i 2.839 euro e poi ancora al 2,5% per la parte eccedente i 3.407 euro. Eh no! Poiché gli scaglioni sembra rimangano ancora “fascia” e poiché il nostro amico si trova nella fascia dei 3.500 euro, “l’adeguamento ridotto” pari al 2,5% gli si applicherà sull’intera pensione e lui non prenderà l’aumento di 190 euro che avrebbe preso in caso di “rivalutazione integrale” e neanche i 168 che avrebbe avuto in caso di “rivalutazione per scaglioni” bensì gli 87 euro derivanti da questa cervellotica e assurda “perequazione per fasce”.

Assurda perché? Provate a guardare la seconda tabella con qualche esempio di quel che accade tra fasce diverse e cosa accade a chi sconfini in ultima fascia anche solo per 20 euro!

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Achille Nobiloni
Achille Nobiloni
Nato a Frascati (Roma) nel 1952. Giornalista pubblicista. Dieci anni corrispondente del Messaggero dalla provincia; quindici anni redattore dell'agenzia Staffetta Quotidiana Petrolifera, venti anni dirigente d'azienda in Agip Petroli e in Eni nella direzione Relazioni Esterne e Rapporti Istituzionali. Attualmente in pensione, appassionato di storia locale e arte.
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