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Risorgimento, 200 anni ma non li dimostra

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Due secoli fa iniziava il Risorgimento. Gli insorti napoletani di Guglielmo Pepe si scontravano con gli austriaci, scesi fino al confine del Regno delle Due Sicilie per “normalizzare” l’anomalia: militari e popolo in armi che avevano osato chiedere una Costituzione e l’indipendenza dallo straniero. Un “classico” che la storia ripropone spesso, qua e là per il mondo. Anche ai tempi d’oggi. Tempi in cui spesso viene da chiedersi se davvero, oggi, siano passati 200 da quando qualcuno aveva teorizzato un popolo di eguali e un territorio senza confini regionali.

Verso le 10 di mattina, quel 7 marzo 1821, le truppe degli insorti del Regno delle Due Sicilie, comandate dal generale Guglielmo Pepe, attaccano a Rieti l’esercito austriaco comandato dal generale Johann Maria Philipp Frimont. L’Austria era intervenuta militarmente, raccogliendo un appello del Re Ferdinando I di Borbone, per sopprimere l’insurrezione militare scoppiata nell’estate precedente nel Regno delle Due Sicilie. Gli insorti avevano chiesto una Costituzione, che il Re era stato poi costretto a concedere, e l’indipendenza dal dominio straniero.

Il generale Pepe vuole che gli austriaci, inseguendo la brigata da lui inviata a Rieti per un attacco provocatorio, cadano nella trappola di essere posti da più fronti sotto il tiro del resto del corpo d’armata degli insorti. Inizia così quella che verrà ricordata come la battaglia di Rieti-Antrodoco, perché condotta tra il capoluogo della Sabina e le Gole di Antrodoco, cittadina allora nella provincia dell’Aquila, appartenente al Regno di Napoli, e oggi in provincia di Rieti, nel Lazio. È considerata la prima battaglia risorgimentale, che durerà fino alla sera del 10 marzo. Esattamente due secoli fa, quindi, inizia il Risorgimento italiano, che porterà nel 1861 all’unificazione e all’indipendenza dell’Italia.

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Il generale Pepe, posizionatosi a Cittaducale (oggi in provincia di Rieti, ma fino al 1927 nei confini dell’Abruzzo, in provincia dell’Aquila), aveva dato ordine di attaccare di sorpresa alle 7 di mattina. Ma il generale Lorenzo Montemayor, a capo della brigata che avrebbe dovuto far uscire gli austriaci da Rieti, ritarda l’operazione di tre ore, durante le quali giungono altre truppe austriache dai dintorni, permettendo al generale Frimont di organizzare il contrattacco e penetrare il fronte nemico, evitando l’azione avvolgente che il generale Pepe aveva preparato.

Tutta la drammaticità di quei giorni resta scolpita nelle parole che lascia come testimonianza scritta Guglielmo Pepe, figura di primo piano del Risorgimento perché non solo si impegnò concretamente nei movimenti repubblicani, ma scrisse anche svariati libri per raccontare gli eventi di cui era stato testimone e per contribuire così a rinvigorire la lotta per l’indipendenza e l’unità l’Italia. La sconfitta degli insorti in quella prima battaglia di 200 anni fa permette a Ferdinando I di revocare la Costituzione. Il Re, per riconoscenza verso il generale Frimont, lo nomina principe di Antrodoco. Ma la prima scintilla del Risorgimento italiano era scoccata.

A duecento anni da quel primo passo verso l’Italia unita, la nazione dai mille campanili affronta un inedito, imprevisto e imprevedibile nemico, che non ha truppe e non si vede: un virus. Ne usciremo migliori, ci ripetevamo un anno fa per cercare la forza di resistere all’isolamento. Che la strada per uscirne sia ancora lunga è certo: lo vede nella nostra prassi quotidiana di vita anche chi nega l’evidenza segnata dai decessi. Che all’uscita dal tunnel potremmo essere in una società migliore, più tollerante e unita dalla sofferenza e dalle paure, comporta oggi un atto di fede che pochi sono pronti a professare.

Abbiamo assistito allo spacchettamento del diritto alla salute, basilare per ogni persona, in tanti piccoli “regni” nelle Regioni; alla lotteria dei colori del grado di emergenza dei territori; al fiorire di diversi criteri regionali di priorità nelle vaccinazioni per la pandemia in corso; alla mancanza di pudore di amministratori locali che reclamano attenzioni alla loro comunità per il solo fatto di appartenervi, indipendentemente dalle reali necessità in rapporto ad altre comunità; a una politica che al senso dello Stato e ai progetti di lungo respiro per le generazioni future antepone le ambizioni personali e la convenienza del contingente.

Tutte queste circostanze fanno coltivare il ragionevole dubbio che quel percorso di unità, uguaglianza, condivisione, solidarietà, comunione iniziato in questo giorno di 200 anni fa non sia ancora arrivato a compimento nella cultura e nel sentimento di ognuno. Appare oggi ancora attuale Massimo D’Azeglio: «Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani».

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Massimo Marcianohttp://www.massimomarciano.it
Fondatore e direttore di Metropoli.online. Giornalista professionista, youtuber, presidente e docente dell'Università Popolare dei Castelli Romani (Ente accreditato per la formazione professionale continua dei giornalisti), eletto più volte negli anni per rappresentare i colleghi in sindacato, Ordine e Istituto di previdenza dei giornalisti. Romano di nascita (nel 1963), ciociaro di origine, residente da sempre nei Castelli Romani, appassionato viaggiatore per città, borghi, colline, laghi, monti e mari d'Italia, attento osservatore del mondo (e, quando tempo e soldi lo permettono, anche turista). La passione per la scrittura è nata con i temi in classe al liceo e non riesce a distrarmi da questo mondo neanche una donna, tranne mia figlia.
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