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Populismo, da tattica politica a strategia comunicativa

In tv, per criticare la politica fiscale del Governo, Landini ha usato lo stesso registro comunicativo di Salvini e del M5S. Quando a ricorrere al populismo non è un politico ma un sindacalista, vuol dire che qualcosa nel clima politico e sociale del Paese davvero non funziona

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Il populismo non è solo quello di Salvini sul prezzo della benzina e sui migranti o quello su cui ha costruito la propria fortuna il M5S: c’è anche il populismo come riflesso condizionato che scatta al solo sentir parlare di un tema senza neanche sforzarsi di approfondirlo un po’ e cercare di capire cosa c’è dietro. È il populismo di Landini, segretario nazionale della Cgil, che ieri sera in collegamento con la trasmissione “Che tempo che fa”, a proposito del provvedimento fiscale del governo Draghi, avrebbe dichiarato quanto segue.

«Questo è un condono. L’ha detto anche il premier Draghi. È l’ennesimo condono nel Paese che ha la più alta evasione fiscale in Europa. E, anziché combattere l’evasione fiscale e riformare seriamente il fisco, andiamo avanti a mo’ di condoni. Quando si dice che bisogna investire nella sanità pubblica, dove credete che andiamo a prendere i soldi? Il fisco è una condizione di cittadinanza per garantire dei servizi. E allora credo che questo sia stato un errore grave, soprattutto dal punto di vista culturale: condonare vuol dire che quelli che pagano le tasse sono dei coglioni».

Ora, anche a volerla chiamare “condono”, andrebbe ben spiegato che questa cancellazione dai ruoli riguarda cartelle esattoriali emessa tra il 2000 e il 2010 (cioè tra dieci e venti anni fa) fino a un ammontare massimo di 5.000 euro (comprensivo di interessi e sanzioni) nei confronti di contribuenti con un reddito massimo di 30.000 euro annui (50.000 per le aziende): insomma crediti ormai inesigibili (non certo per colpa di Draghi ma dei governi che lo hanno preceduto da dieci a venti anni fa), nei confronti di piccoli contribuenti (reddito fino a 30.000 euro), di importo minimo (ai 5.000 euro si arriva conteggiando anche interessi, more, spese, ecc.), il cui mantenimento a ruolo ha per lo Stato un costo inutile (in quanto ormai inesigibili) e che in quanto ormai inesigibili danno un’immagine falsata dei conti dello Stato stesso.

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A questo punto, visto che non stiamo parlando del classico uomo della strada ma del più importante leader sindacale del Paese, viene spontaneo chiedersi che senso possa avere buttare benzina sul fuoco per aizzare il malcontento popolare contro il governo… peraltro contro un governo che con questo provvedimento ha dato un segnale di razionalità e chiarezza: togliamo di mezzo le ormai improduttive ma costose piccole liti fiscali originate da venti anni di inefficienza e cominciamo a pensare più seriamente a una vera riforma fiscale.

Finché a ricorrere al populismo più bieco sono degli esponenti politici l’ovvia spiegazione è la ricerca del consenso personale a fini elettorali (cioè l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo momento) ma quando a farlo è un sindacalista, e un sindacalista del calibro di Landini, vuol dire che qualcosa nel clima politico e sociale del Paese davvero non funziona. Si certo questa non è una novità ma quel che dispiace e preoccupa è che il fenomeno è contagioso e la conferma è che l’uscita di Landini è stata rilanciata sui social anche da un giornalista attento, sensibile e paladino di mille giuste cause sociali come Lorenzo Tosa.

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Achille Nobiloni
Achille Nobiloni
Nato a Frascati (Roma) nel 1952. Giornalista pubblicista. Dieci anni corrispondente del Messaggero dalla provincia; quindici anni redattore dell'agenzia Staffetta Quotidiana Petrolifera, venti anni dirigente d'azienda in Agip Petroli e in Eni nella direzione Relazioni Esterne e Rapporti Istituzionali. Attualmente in pensione, appassionato di storia locale e arte.
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