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Guerra in Ucraina: cercare di capire la storia non vuol dire essere “schierati”

Che ci siano un aggressore e un aggredito è chiaro. Ma solo chiedersi come ci si è arrivati e come uscirne sembra una “dichiarazione di voto”

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Putin non è certamente Gorbaciov! Gorbaciov più di trent’anni fa guardava decenni avanti, parlava di democratizzazione dell’Unione Sovietica, parlava di progresso, collaborazione e di un’Europa unita «dall’Atlantico agli Urali» (un’Europa unitasi spontaneamente, non con la forza e la sopraffazione); parlava di pace, disarmo, riconversione dell’industria bellica; parlava di collaborazione nella ricerca, nell’energia, nell’economia, nell’ecologia e addirittura nell’informazione; parlava di una «casa comune europea» e soprattutto guardava lontano, guardava al futuro, all’unificazione dell’Europa dell’Est con quella dell’Ovest, all’abolizione delle “zone d’influenza” e dei “blocchi” e a una pacifica convivenza a livello mondiale.

Certo Putin non è Gorbaciov: qualcosa è andato per storto, qualcosa è venuto a mancare nei piani del leader della Perestrojka e noi oggi ci ritroviamo con Putin. Ma Gorbaciov più di trent’anni fa, ben prima della caduta del muro di Berlino, per cambiare il mondo partendo dalla sua Unione Sovietica alla quale non aveva risparmiato critiche e scossoni, guardava al futuro e lanciava a tutto l’Occidente, e in particolare all’Europa prima ancora che agli Stati Uniti, un appello per un’Europa unita… «dall’Atlantico agli Urali».

Noi oggi per rispondere alla minaccia rappresentata da Putin reagiamo invece guardando al passato. Gorbaciov diceva che il mondo era di fronte a un bivio: la politica della forza, che apparteneva al passato, e la politica dell’interdipendenza (la globalizzazione), che apparteneva al domani. Noi oggi ci volgiamo indietro di più di ottant’anni, rispolveriamo Hitler, la Monaco del 1938, Chamberlain, Daladier… e riproponiamo i blocchi contrapposti, la politica della forza, della supremazia militare, quella stessa che ci ha portato a combattere due guerre mondiali in trent’anni. Insomma un secolo di storia buttato via, un secolo i cui ultimi quarant’anni hanno rappresentato per l’Occidente la più grande occasione perduta e forse irripetibile per molti decenni a venire.

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Era il marzo del 1985 quando Mikhail Gorbaciov divenne segretario generale del Pcus e dette il via alla Perestrojka. Passò i successivi quattro anni a girare il mondo per spiegare i cambiamenti avviati nel proprio Paese, i propri progetti di pacificazione, convivenza e collaborazione con l’Occidente e con l’Europa prima di tutto, Occidente ed Europa dai quali forse si aspettava più sostegno di quanto ne ebbe in realtà. Un sostegno che avrebbe potuto essere più efficace e addirittura prezioso per tutti dopo la caduta del muro di Berlino il 9 novembre del 1989 e dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica seguita a quell’evento.

Come già detto, forse qualcosa è venuto a mancare e mi chiedo se l’Occidente non abbia avuto più paura della pace che della guerra. Quel che è successo poi è ormai storia dei nostri giorni.

Giorni molto tristi. Giorni in cui se ci si chiede come si sia potuti arrivare a questa situazione si viene automaticamente accusati di essere putiniani; se ci si chiede se quella militare sia davvero l’unica soluzione possibile l’accusa di “pacifista ipocrita” scatta come un riflesso condizionato; se ci si chiede cosa accadrà “dopo” ci si sente rispondere cosa è accaduto “ieri” (ottanta anni fa) per non essere stati interventisti prima.

Perfino la pietà per le vittime ucraine dell’aggressione russa viene liquidata come un sacrificio necessario, espressione dei più alti valori della resistenza, e poco importa che lo si dica stando seduti sul divano del salotto di casa parlando della pelle degli altri… altri che domani starebbero sicuramente peggio se oggi un po’ di loro non sacrificassero le loro vite, le loro famiglie, le loro case.

Il solo dubitare di ciò viene letto come «richiesta di resa incondizionata dell’Ucraina» dall’algoritmo che regola ormai l’aprioristica contrapposizione “senza se e senza ma” tra pacifisti e interventisti da salotto.

Che in questo momento ci siano un aggressore e un aggredito lo capisce anche un bambino (e ciononostante una frase ricorrente è: «Ma come si fa a non capire?») ma una semplice domanda, un dubbio, non solo sul come si sia arrivati fin qui ma anche sul come uscirne, sono prese come “dichiarazioni di voto”.

Insomma oggi come oggi il solo cercare di capire vuol dire essere schierati.

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Achille Nobiloni
Achille Nobiloni
Nato a Frascati (Roma) nel 1952. Giornalista pubblicista. Dieci anni corrispondente del Messaggero dalla provincia; quindici anni redattore dell'agenzia Staffetta Quotidiana Petrolifera, venti anni dirigente d'azienda in Agip Petroli e in Eni nella direzione Relazioni Esterne e Rapporti Istituzionali. Attualmente in pensione, appassionato di storia locale e arte.
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