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mercoledì 23 Giugno 2021
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Saman, un omicidio evitabile?

Come singoli l'unica azione con cui possiamo aiutare le molte Saman recluse senza condanna è far politica: non c'è bisogno di aderire a un partito, basta praticare la cittadinanza attiva. Trasformando la tolleranza in integrazione

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Dobbiamo chiederci senza retorica se potevamo fare qualcosa noi semplici cittadini per Saman Abbas, la ragazza pakistana quasi certamente uccisa dai suoi familiari perché voleva essere libera. Ci penso molto, perché quello della diciottenne scomparsa è un omicidio che presenta, oltre all’aspetto criminale di fondo, ritenere di decidere della vita e della morte di una persona, molte possibili interpretazioni fuorvianti.

Quella “culturale” della mancata integrazione non mi convince affatto. Il massimo dell’integrazione che la nostra società riesce a esprimere è la tolleranza, che è meglio di niente, ma è una posizione che prescinde da un concetto fondamentale: che la volontà di integrarsi deve essere comune a tutti soggetti in campo. La tolleranza invece ci permette di vivere in enclave separate ritenendo di essere stati democratici pur senza operare per l’integrazione.

L’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche italiane, ha emesso una fatwa, cioè una condanna religiosa, contro i matrimoni forzati e contro le mutilazioni genitali femminili. È una presa di posizione molto importante, ma è una posizione religiosa che prescinde dalle leggi sotto cui viviamo tutti, perché se la ragazza aveva deciso, non lo sappiamo, di riconsiderare la propria appartenenza religiosa non sarebbe più stata tutelata dalla comunità che a quella religione si riferisce.

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E in ogni caso avviene quello che accade ancora oggi per la religione cattolica: tra la decisione di un’autorità religiosa, vedi le aperture di papa Francesco sulle Unioni civili, e la massa dei credenti, c’è in mezzo un numero infinito di persone, e famiglie, che ritiene “traditore” chi ha posizioni progressiste, proprio come avviene con il papa, ritenuto da molti cattolici socialmente troppo disinvolto. Saman invece era andata molto oltre nella sua richiesta di libertà e autonomia dalla famiglia (le avevano impedito persino di frequentare la scuola superiore) e lo aveva fatto con denunce e azioni precise. Era in una comunità educativa e ne era uscita soltanto, così sembra dalle prime indagini, per recuperare a casa dei genitori i documenti che le avrebbero finalmente consentito di andarsene per la sua strada.

Certo, sono pakistani, proverà a dire qualcuno di quelli che proprio non riescono a vedere nello straniero un loro simile e vogliono buttarla sul piano etnico. A questi possiamo far presente, ma gli esempi sarebbero decine, che il primo giugno è iniziato a Caltanissetta il processo per l’omicidio di Adnan Siddique, nisseno di origine pakistana, ucciso l’anno scorso per aver denunciato lo sfruttamento e la sopraffazione dei caporali nella campagne siciliane. Naturalmente anche lui aveva denunciato le minacce ricevute da pakistani al soldo di padroni italiani e non di un imam o di un’altra autorità religiosa. Ciò non toglie nulla alla componente razzista che si aggiunge al delitto naturalmente, ma qui sottolineo il fatto che le persone coraggiose, come Saman e Adnan Siddique, che mettono in discussione le “regole” e l’omertà della propria comunità, diventano un facile bersaglio per chi ritiene di avere diritti “naturali” su di loro.

Saman, che aveva già denunciato i familiari nel novembre 2020, l’11 aprile esce dalla comunità e il 22 aprile è già dai carabinieri per denunciare che i familiari non le vogliono dare i documenti. In quell’occasione aggiunge, ci sono i verbali, che i genitori hanno minacciato di morte il suo fidanzato e la famiglia di lui: il pericolo che stanno correndo lei e il suo ragazzo è molto chiaro. Insomma ci sono pochi dubbi su chi sia l’unica persona che fa tutto quel che deve fare per sottrarsi al dominio della famiglia ed è Saman, le sue parole sono talmente chiare che i carabinieri il 5 maggio vanno a casa della ragazza e non la trovano. Da lì in poi la vicenda diventerà di dominio pubblico. Possiamo ritenere che 13 giorni tra la denuncia dell’imminente pericolo fatta dalla ragazza e l’arrivo dei carabinieri siano troppi, anche questo è un modo per guardare alla questione. Se riteniamo quindi che in quei tredici giorni dobbiamo trovare lo spazio in cui collocare l’intervento da effettuare per poter salvare Saman allora siamo costretti a un altro tipo di riflessione.

L’omicidio di Saman s’inserisce in un solco molto “laico” e diffuso di mancata protezione delle vittime di violenza. Alla domanda su cosa potevamo fare per impedirlo mi sento di rispondere: come singoli niente. Materialmente niente. Possiamo denunciare, ad esempio, un vicino perché dalle urla capiamo che sta picchiando la moglie o il figlio o la figlia, ma non possiamo presidiare privatamente quell’abitazione per impedire che avvenga di nuovo.

Come singoli quindi l’unica azione con cui possiamo aiutare le molte Saman recluse senza condanna è far politica: non c’è bisogno di aderire a un partito, basta praticare la cittadinanza attiva ma, sopra ogni altra cosa, trasformare la tolleranza, la visione per cui viviamo tutti isolati e quindi i problemi degli altri non ci riguardano, in integrazione, offrire alternative non soltanto dialettiche ma reali a chi vuole fuggire dalle “regole” della comunità a cui fa riferimento. Integrazione significa esercitare un auto controllo sociale, osservarsi e intervenire quando necessario all’interno della comunità in cui viviamo. Tenendo presente che ci sono e ci saranno sempre situazioni in cui non possiamo intervenire in tempo per evitare tragedie come quella di Saman.

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Gianluca Cicinelli
È stato a lungo direttore dell’informazione di Radio Città Futura di Roma. Ha collaborato con quotidiani e periodici nazionali e si occupa principalmente d’inchieste sulle zone d’ombra tra servizi segreti, criminalità organizzata e istituzioni. Ha pubblicato due libri sul rapimento di Davide Cervia. Propone spesso corsi di formazione giornalistica popolare. Ha realizzato la video inchiesta “Coperti a Destra” sulla strage di via Fani del 16 marzo 1978. Attualmente collabora con la Lumsa di Roma.
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