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Lana di pecora: da risorsa a problema

Un tempo era guadagno per allevatori, oggi è rifiuto speciale perché sottoprodotto a rischio. Da ricerca e innovazione il possibile rilancio

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La lana è usata da millenni come fibra tessile. Le antiche civiltà greca e romana iniziarono a specializzarsi nella sua lavorazione. La sensazione che si ha toccandola è di calore, ma è una fibra che isola sia dal freddo sia dalla calura, tanto è vero che molte popolazioni di zone desertiche la usano durante il giorno per proteggersi dal sole. Prima che venissero sviluppate le fibre sintetiche, la lana era un materiale prezioso per l’uomo; oggi è diventato un vero problema per gli allevatori perché considerata di bassa qualità e quindi destinata alle discariche.

Il prezzo di vendita della lana grezza non riesce a coprire i costi della tosatura e dei trattamenti necessari per rendere la lana commerciale: lavaggio, carbonizzazione, che serve ad eliminare tutte le impurità vegetali, e sbiancamento. Nuove direttive europee hanno imposto regolamenti rigorosi: la lana deve essere ritirata direttamente dall’ovile altrimenti deve essere smaltita come rifiuto speciale con forti oneri economici e di gestione per l’allevatore, non può essere abbandonata nei campi perché inquina il suolo, non può essere bruciata perché inquina l’aria.

Le pecore, circa 9 milioni quelle italiane che producono tra le 18 e le 20mila tonnellate di lana all’anno, vengono tosate nel periodo primaverile tra maggio e i primi di giugno e il vello richiede solo di essere lavato. Ma è un materiale rustico, poco interessante per il mercato del tessile e dell’abbigliamento, orientato verso fibre finissime e pregiate provenienti da Australia e Argentina.

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Un tempo la si lavava lungo i corsi d’acqua e, successivamente, passata in acqua calda e nuovamente risciacquata per poi essere asciugata al sole. In seguito, veniva cardata con lo scopo di districarla e renderla libera da materie estranee, filata e tinteggiata per poi essere tessuta in tappeti, coperte e tessuti per abiti e altri manufatti e, con lavorazioni più grossolane, veniva usata per confezionare materassi e cuscini. Tutte lavorazioni effettuate interamente a mano.

Tra gli anni Quaranta e Settanta del secolo scorso prese vita e si affermò la cosiddetta “rivoluzione verde” che intensificò, concentrò e specializzò le produzioni agro-zootecniche e mise in grave crisi il modello produttivo basato sull’uso efficiente delle risorse su piccola scala. La straordinaria crescita produttiva, tuttavia, ha avuto e continua ad avere un grande impatto sull’ambiente, in termini di inquinamento delle acque, erosione del suolo, inquinamento e acidificazione dei terreni, aumento dell’effetto serra, perdita di biodiversità e alterazione dei paesaggi. Da tutto ciò deriva la necessità di sviluppare nuovi sistemi produttivi per ridurre inquinamento e degrado ambientale e per mitigare il cambiamento climatico globale.

Numerosi progetti ed iniziative stanno cercando di dare una nuova vita alla lana. Con un processo speciale si cerca di renderla un fertilizzante di rapido impiego: sottoponendola ad un trattamento con acqua riscaldata oltre i 180 gradi si riesce a rompere i legami della cheratina in essa contenuta: ciò permette un rilascio veloce dell’azoto, che svolge un’azione concimante.

La lana è un ottimo materiale da usare per fare la pacciamatura naturale dell’orto, tecnica fondamentale per chi pratica l’agricoltura biologica: tiene le piante libere dalle erbe infestanti e mantiene il terreno umido facendo risparmiare molta acqua d’irrigazione, evitando allo stesso tempo i rischi del ristagno idrico. Inoltre, protegge le coltivazioni e il terreno dagli eccessi di calore e dagli eventuali sbalzi di temperatura nelle ore notturne.

Alcune sperimentazioni hanno dimostrato che è possibile migliorare le caratteristiche della lana italiana rendendola più morbida. E pensate che dalle migliaia di tonnellate che vengono buttate via si potrebbero ricavare oltre 9/10mila tonnellate di fibra.

Una giovane imprenditrice e allevatrice abruzzese ha creato un marchio per vendere la lana ricavata dalle sue pecore, trasformandola in matasse di filato cento per cento lana vergine, tinte a mano utilizzando elementi naturali. In edilizia, trasformata in pannelli, è impiegata per realizzare rivestimenti, coibentazioni, insonorizzazioni e perfino moquette. Anche settori meno ovvi, come l’arte e il design, stanno cercando in vario modo di rivalutarne l’uso.

Ricerca e innovazione sono elementi indispensabili per evitare che il patrimonio di materie prime, legate alle tradizioni e alla cultura, vengano penalizzate a tal punto da diventare un danno per chi vi ha dedicato la vita. E il tutto nell’ottica della sostenibilità che, è necessario ricordare, è un argomento molto vario perché c’è sostenibilità ambientale, economica, sociale e alimentare: tutte collegate tra loro e tutte costrette a ricercare un comune equilibrio.

La modernità sembra non percepire i cambiamenti ambientali in atto e la necessità di ritrovare velocemente misure per evitare peggioramenti. La scienza ci fornisce continuamente informazioni ed elementi utili per conoscere e ricercare soluzioni ai problemi e per trasformare la comprensione in azioni concrete.

Descrivere e raccontare le realtà poco note, esempi reali di sostenibilità, biodiversità ed economia circolare, seppure racchiuse in un mercato di nicchia, possono divenire stimoli per una scelta lavorativa per i giovani i quali hanno già dimostrato di saper rivisitare la tradizione con una creatività sorprendente e innovativa.

Gro Harlem Brundtland, politica e ambientalista norvegese, definì lo sviluppo sostenibile come «lo sviluppo in grado di soddisfare i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere le possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri». Riflettiamoci un po’!

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Matteo Lai
Matteo Lai
Naturalista, subacqueo, velista ed esperto di educazione ambientale: il mare è la sua passione. Da qualche anno collabora con una società che si occupa di turismo scolastico dove si occupa di educazione ambientale e vela puntando sempre la sua attenzione sui temi della tutela ambientale e della natura. Con la fondazione di One World ha un obiettivo molto semplice: sensibilizzare i cittadini sul valore della tutela ambientale. One World, che ha sede ad Andria (BT), è un’associazione no profit per la tutela ambientale, nata dal desiderio di smuovere la coscienza sociale al fine di radicare nuovi valori ed innescare, così, un circolo virtuoso di comportamenti eco–friendly consapevoli. Tutte le attività che l’associazione One World promuove hanno sempre una valenza educativa finalizzata alla diffusione di una maggiore conoscenza, sensibilizzazione e rispetto dell’ambiente.
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