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Irene Paci, ambasciatrice italiana della lingua universale della danza

«Ricerco un linguaggio corporeo intimo per dar vita all’inesprimibile del dialogo interiore: la danza come esperienza di universalità»

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Dal liceo di Pistoia ai templi mondiali della danza. È il percorso umano e artistico che ha portato Irene Paci a rappresentare la danza e lo stile di espressione artistica italiani nel mondo. Un ruolo, quello di “ambasciatrice” della danza italiana, che la proietta in questi giorni all’attenzione del pubblico sui palcoscenici di New York: nel mescolarsi vorticoso delle emozioni, tra nostalgia dell’Italia e passione per il suo lavoro, Irene con la sua arte insegna come il linguaggio del corpo possa essere elemento universale di comprensione, vicinanza e unione.

Come è iniziato il tuo percorso artistico?

«Ho iniziato a ballare nella mia città, Pistoia, all’età di 8 anni nella scuola privata Axe Ballet diretta da Antonella Tronci. È qui dove tutto è nato, è qui che la danza è diventata una passione per me.  Ho iniziato presto a viaggiare all’estero, conoscere nuovi insegnanti, nuovi stili, nuove tecniche. Era molto stimolante. Spesso la mia insegnante mi proponeva di partecipare a competizioni nazionali e internazionali di danza moderna e contemporanea in tutta Europa ed io non mi sono mai tirata indietro».

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Nella tua carriera hai anche ottenuto importanti riconoscimenti.

«Tra alcuni premi che ho conseguito come danzatrice solista ci sono il primo premio (medaglia d’oro) al Concorso internazionale di danza Baletu de art jazz 2012, il terzo premio (medaglia di bronzo) al prestigioso Tanzolymp dance festival di Berlino e il terzo premio al Festival internazionale di danza di Rieti 2012. È anche grazie a questi riconoscimenti che ho iniziato a credere di poter andare avanti e progettare di partire all’estero».

La tua carriera artistica si è sviluppata in campo internazionale, dove sei riconosciuta come un’autorevole rappresentante della danza italiana.

«Infatti, non appena ho ottenuto il diploma al liceo classico ”Forteguerri“ di Pistoia sono volata a Parigi, invitata da Rick Odums, direttore dell’Institut de formation professionelle de danse jazz, per continuare i miei studi in danza classica, jazz, moderna e contemporanea ed esibirmi come danzatrice nelle compagnie giovanili Les jeunes ballet jazz e Le jeunes ballet moderne de Rick Odums. Parigi è stato il mio ponte per New York. Infatti è qui che ho avuto il piacere di incontrare le celebri Sylvia Waters ed Elisabeth Roxas, la quale mi ha invitata a partecipare all’audizione per la famosa Ailey School. Nel 2015 mi sono dunque ritrovata a New York, e dopo tre anni di formazione ho conseguito il diploma nel Certificate Program».

Qual è la tua spinta come danzatrice? 

«Mi piace pensare di far provare qualcosa alle persone senza per forza dover parlare. Tutti i giorni usiamo il nostro corpo, e spesso ci dimentichiamo che anche come ci muoviamo può essere un linguaggio. Osservare qualcuno può a volte dirti molto su come una persona si sente e cosa ha in mente. Senza dire nulla, il linguaggio del corpo può spesso far capire il punto di vista di una persona».

«Come danzatrice mi piace poter trasportare il pubblico in una realtà diversa, fatta di movimento, luci, musica ed emozioni: forse per tanti una realtà fuori dal comune, ma sicuramente una realtà dove viene lasciato spazio a interpretazioni diverse. Per esempio un solo spettacolo, anche un solo gesto può far provare cose diverse ogni volta. La mia ricerca è quella di un linguaggio corporeo intimo, semplice e complesso allo stesso tempo, capace di dar vita all’inesprimibile del dialogo interiore. Credo nella danza, e l’arte in generale, come strumento di comunicazione, come esperienza di universalità».

Qual è stata la tua sfida più grande e quale il tuo momento di orgoglio?

«La mia sfida più grande è stata sicuramente la lontananza dalla mia famiglia, dalla mia casa e dal mio paese. Ci sono state delle volte in cui ho odiato New York per avermi portato via dall’Italia. Soprattutto all’inizio è stato veramente difficile arrivare in questa città enorme, rumorosa, caotica, iperattiva e sconosciuta da tutti i punti di vista. Soprattutto venendo da una città come Pistoia. Qualche volta mi succede ancora di sentire un gap tra me e questa cultura. Ma so che questa mancanza è necessaria per crescere e so che New York è il posto migliore per poter fare questo».

«Il mio momento più orgoglioso è stato probabilmente quando mi sono diplomata alla Ailey School. Ma forse di più quando ho ottenuto il mio primo visto lavorativo. Sono orgogliosa di questi due momenti perché mi hanno aiutato a realizzare quanto sia cresciuta e cambiata dal mio arrivo negli Stati Uniti. Mi hanno mostrato che il duro lavoro ripaga. Ogni esperienza mi aiuta ad evolvermi in una persona più matura e completa».

Cosa stai facendo attualmente? 

«Attualmente sto lavorando con alcune compagnie di danza qui a New York. Una di queste è Jamel Gaines Creative Outlet e amo davvero quello che facciamo. Recentemente mi sono esibita con la compagnia al teatro Bric Arts Media nella coreografia di Christopher Huggings, Mothers of War. Lavorare con Mr. Huggings è stato molto interessante, non solo per la complessità dei passi ma soprattutto per l’evoluzione che ognuno di noi ha avuto nel corso del processo creativo. Ogni volta ci veniva richiesto di dare il massimo, e con la giusta motivazione siamo riusciti a creare un’ottima energia di gruppo».

«Faccio anche parte di Caterina Rago Dance Company e di Project TAG NYC, una compagnia fondata da Hussein Smko. Prossimamente mi esibirò al New York City Center Studio insieme alla compagnia Faustine Lavie Dance Project nella coreografia Outburst».

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