21.7 C
Roma
giovedì 11 Agosto 2022
spot_img
spot_img

Giornale di attualità, opinioni e cronache dall'Italia e dal mondo

HomeOpinioniGuerra in Ucraina: tanti i proclami, ma nessun piano per uscire dall'incubo

Guerra in Ucraina: tanti i proclami, ma nessun piano per uscire dall’incubo

Migliaia i morti, fiducia nell'Occidente al lumicino: le prospettive sono odio e nazionalismo per decenni. E nessuna strategia seria di uscita

- Pubblicità -

Se la guerra in atto in Ucraina non fosse una cosa così estremamente dolorosa e drammatica farebbero sorridere i ripensamenti di chi, fin dall’inizio strenuo sostenitore della resistenza armata di Zelensky, comincia ora a rendersi davvero conto della tragedia che in termini di distruzione, morti ed esodo popolare stanno vivendo gli ucraini e della estrema pericolosità della brutta piega che sta prendendo il conflitto armato.

E già perché all’inizio dicevano che la resistenza armata era assolutamente inevitabile per portare Putin al tavolo delle trattative e tanto più fosse stata lunga tanto più sarebbe stata efficace. Certo qualche morto, per quanto cinica e spiacevole la cosa potesse risultare, era necessario ma l’Occidente compatto avrebbe dato la propria vicinanza e sostegno, morale e in armamenti ma non in uomini, all’Ucraina aggredita e invasa, per il cui sacrificio lo stesso Occidente le sarebbe stato compattamente grato.

L’esempio non è del tutto calzante ma non fosse altro per assonanza la circostanza dei morti necessari ricorda un po’ quelli che occorrevano a Cavour per sedere fra le grandi potenze al tavolo della pace in occasione della guerra di Crimea… quella dell’800. Alla base del ragionamento c’è il fatto che senza resistenza ucraina Putin non si sarebbe mai seduto ad alcun tavolo di trattative… come se una mattina lui si fosse svegliato e avesse detto: «Oggi voglio ammazzare un po’ di ucraini» e come se sul tavolo non ci fossero un sacco questioni aperte, giuste o sbagliate che siano, che avrebbero ben potuto essere utilmente trattate con reciproca convenienza in una conferenza internazionale tra Russia, Cina, Europa e Stati Uniti.

- Pubblicità -

Eh lo so: «Roba da pacifisti ipocriti», «Roba da antiamericani», «Roba da putiniani» dicono gli interventisti convinti. Basterebbe però rileggersi quel che diceva Gorbaciov a fine anni ’90: «L’Occidente non aiutò il nostro tentativo. Preferì umiliare la Russia. Questo provocherà un nazionalismo sfrenato. Dopo Eltsin potrà venire qualcosa di peggiore con gravi rischi per la pace».

E invece noi no! Ancora oggi l’importante è fagliela pagare cara, dargli una lezione che non dimentichi e gli faccia abbassare le penne. E in questo impeto, degno di un moderno Pietro l’eremita inneggiante alla Crociata al grido di: «Dio lo vuole!», ci si dimentica di essere realisti e restare con i piedi bene in terra. Era davvero così difficile capire che quello che si andava palesando era un conflitto armato fra due soggetti con un rapporto di forze e potenziale bellico fortemente sbilanciato a favore della Russia? Secondo me fin dall’inizio lo avrebbe capito anche un bambino che se giocata sul piano bellico la contesa non avrebbe mai potuto essere vinta, come infatti non lo sarà mai, dall’Ucraina.

A meno che… a meno che l’Occidente, la Nato, i caschi blu, John Wayne e i berretti verdi non siano disposti a scendere in campo e impegnarsi in una guerra vera e propria: una bella guerra nucleare, magari tentativamente solo di teatro ma molto più probabilmente mondiale tanto… come si dice, non c’è due senza tre.

Però l’Occidente, la Nato e Biden avevano detto che mai si sarebbero impegnati militarmente sul suolo ucraino. Anche se a Zelensky non lo dicono, quello che interessa loro è l’indebolimento di Putin e che questo risultato possa essere ottenuto dalla sola Ucraina con il proprio martirio, all’Occidente sta benissimo: una bella guerra, lunga, defatigante per la Russia, con tante forniture di armamenti all’Ucraina (il che sotto il profilo economico non guasta) e magari anche in grado, pensano alcuni, di dissuadere la Cina dell’avanzare pretese su Taiwan.

Senonché dopo cinquanta giorni di guerra il bilancio non è poi tanto roseo.
Putin ha preso sì dei bei schiaffoni ma lui non ha eccessiva fretta; il suo popolo, salvo qualche manifestazione e qualche sincero appello di scienziati e intellettuali, sembra essere con lui; il suo esercito è molto più grosso di quello ucraino e lui ha le armi nucleari, sia quelle di teatro sia quelle intercontinentali; più Putin continuerà a prendere schiaffi sul piano militare, meno sarà disposto a sedersi a un tavolo di trattative nelle vesti di uno sconfitto che si ritira, più sarà tentato di dar luogo a una escalation militare e magari anche di usare “la bomba”, cosa che già da lunga pezza si è dichiarato pronto a fare, e più chi verrà dopo di lui non potrà permettersi di fare di fronte al popolo russo la figura di quello che rinnega tutto, chiede scusa a tutti e svende il Paese all’Occidente.

Sempre in termini di bilancio della “strategia occidentale” (ma esiste veramente? Biden & C. sanno in che pasticcio si sono infilati facendo la parte dei duri e snobbando la diplomazia? Hanno idea di come fare a uscirne?), sempre in termini di bilancio dicevamo… l’Ucraina è allo stremo, il Paese distrutto, il popolo in fuga, i morti si contano a migliaia, la fiducia nell’Occidente è ridotta al lumicino, le prospettive future sono di odio e nazionalismo profondi per i prossimi decenni, militarmente siamo sull’orlo della terza guerra mondiale, peraltro nucleare. Se non fosse tutto così terribilmente drammatico e tragico… «bel cacchio di capolavoro» verrebbe da dire.

Dopo essermi preso del “pacifista ipocrita”, del “putiniano” e dell’“antiamericano”, ora da tutti quelli che muovevano tali accuse a dritta e a manca ed erano fautori della soluzione militare, della resistenza ucraina a oltranza, delle forniture di armamenti come se piovesse, mi piacerebbe sentirmi dire qual era e qual è adesso il loro piano per uscire fuori da questa situazione, per arrestare la guerra su suolo ucraino con tutte le atrocità che ci mostra giorno dopo giorno, per evitare che la guerra si estenda e diventi una guerra mondiale.

Eh sì perché tutti quelli che erano a favore della resistenza e della guerra e davano del pacifista ipocrita a chi invocava la pace, avevano il dovere di prevedere tutte le possibili conseguenze dell’opzione militare anziché diplomatica e avevano il sacrosanto dovere di aver pronte delle contromosse per ogni possibile sviluppo della guerra. Non basta oggi il solo mostrarsi preoccupati.

Qual è la via d’uscita dall’inferno in cui ci siamo cacciati? Oltre sanzioni sempre più «devastanti» (?!) e il proposito di «fargliela pagare», in giro non ne sento altre.
O forse una c’è? Una che conoscono Biden e Stoltemberg e aspettano il momento giusto per dircela?

Beh a questo punto dagli interventisti preoccupati mi aspetterei davvero qualcosa in più della loro preoccupazione.

- Pubblicità -
Achille Nobiloni
Achille Nobiloni
Nato a Frascati (Roma) nel 1952. Giornalista pubblicista. Dieci anni corrispondente del Messaggero dalla provincia; quindici anni redattore dell'agenzia Staffetta Quotidiana Petrolifera, venti anni dirigente d'azienda in Agip Petroli e in Eni nella direzione Relazioni Esterne e Rapporti Istituzionali. Attualmente in pensione, appassionato di storia locale e arte.
- Pubblicità -

Primo Piano