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Tre esperimenti, tre fallimenti: 30 anni di mancato rinnovo della politica

Resta circa un anno per provare a rimettere insieme i cocci in vista della elezione di un nuovo Parlamento di soli 400 deputati e 200 senatori

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Tre sono stati negli ultimi trent’anni gli esperimenti di iniziativa popolare per il rinnovamento della politica in Italia e il definitivo fallimento di tutti e tre è stato sancito in questi giorni dalla rielezione del presidente Mattarella. Tutto ebbe l’avvio nel 1992, con l’inizio dell’inchiesta Mani Pulite. L’inchiesta avviò il crollo del cinquantennale sistema dei partiti nato nel dopoguerra, un sistema che nella propria autodistruzione aveva già messo molto del suo.

Ciò determinò nel 1994 la nascita di Forza Italia sulla spinta della iniziativa imprenditorialpopolare di Berlusconi a cui credettero in molti e a cui poco dopo fece seguito, su base inizialmente più locale, l’affermarsi della Lega, fondata ufficialmente già nel 1991. In epoca più recente è stata la volta del Movimento 5 Stelle, fondato ufficialmente nel 2009, approdato in Parlamento nel 2013 ed esploso nelle elezioni politiche del 2018 raccogliendo ben un terzo dei voti.

Forza Italia, Lega e M5S, anziché svolgere un ruolo marginale come partiti o movimenti di opposizione o di opinione, hanno avuto tutti importanti esperienze di governo con Berlusconi più volte premier e Di Maio e Salvini entrambi vicepresidenti del Consiglio dei ministri e tuttora politicamente attivi nel sostegno all’attuale governo Draghi. Penosa nel frattempo, nel panorama della sinistra, l’evoluzione dal PCI al PD con tutto quello che si è perso per strada e ancora gli gira inconcludentemente intorno.

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Lo stato della situazione attuale si è potuto ben verificare in questa settimana di ridicole votazioni, più o meno improvvisate e senza condivisione alcuna, con le quali i partiti e le due aree politiche di centrodestra e centrosinistra, entità ormai confuse e variabili in cui ancora ci ostiniamo a suddividerli, non solo non sono riusciti a individuare un candidato condiviso fra tutti (al di là del presidente uscente Mattarella) ma neanche il candidato di un singolo schieramento in grado di ottenere i voti necessari. Insomma una vergognosa situazione di stallo con i cittadini attoniti a guardare.

E ora? Ora resta poco più di un anno per provare a rimettere insieme i cocci in vista della elezione di un nuovo Parlamento di soli 400 deputati e 200 senatori. E quale dovrebbe essere il modo per rimettere insieme i cocci? La strada più logica dovrebbe essere quella di un onesto esame di coscienza da parte di tutti i partiti con la elaborazione di vere proposte politiche riformatrici, con una visione di lungo periodo, un confronto su tali proposte, la verifica della loro condivisibilità tra forze diverse, la formazione di due, massimo tre poli: centrosinistra, centro, centrodestra, in modo tale da proporre agli elettori offerte politiche chiare… nel tentativo, anche, di recuperare il più possibile di quel quasi 30% di astenuti che stanno lì a testimoniare una volta di più, qualora ve ne fosse bisogno, lo scadimento dell’attività politica e il sempre maggior scollamento tra il Palazzo e gli elettori.

Lo spunto per un’azione di questo tipo non manca di certo ed è rappresentato dalla lotta alla pandemia e dalle opportunità di ripresa offerte da un corretto uso dei fondi del PNRR. Saranno i nostri politici in grado di affrontare e vincere questa sfida o si lasceranno invece distrarre ognuno dallo spirito di rivalsa ben condito da regolamenti di conti, vendette, ripicche, personalismi, giochi di potere e tutti i possibili magheggi tattici utili a mantenere le proprie personali posizioni all’interno di un quadro politico ormai degradato?

Leggi elettorali, riforme costituzionali, repubbliche presidenziali, eccetera, sono cose che richiedono tempo e ponderazione e soprattutto la necessaria serenità di giudizio che non possono offrire un clima di disfatta e l’urgenza di una corretta gestione della crisi tramite investimenti che per entità ed effetti di lungo periodo rappresentano una sorta di “ultima chance” perduta la quale il nostro distacco dal resto d’Europa potrebbe diventare incolmabile.

Il brutto in tutto questo è che sempre più persone, forse deluse dall’esito inglorioso di tre tentativi di rinnovamento in trent’anni, sembrano neanche solo rassegnate ma addirittura abbrutite di fronte a tale scadimento della politica: ne rendono testimonianza il livore e la sguaitaggine di gran parte dei commenti pubblicati sui social, altro segnale evidente del basso livello ormai raggiunto dal dibattito politico.

Un anno, quello appena iniziato, davvero cruciale per il futuro del nostro Paese.

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Achille Nobiloni
Achille Nobiloni
Nato a Frascati (Roma) nel 1952. Giornalista pubblicista. Dieci anni corrispondente del Messaggero dalla provincia; quindici anni redattore dell'agenzia Staffetta Quotidiana Petrolifera, venti anni dirigente d'azienda in Agip Petroli e in Eni nella direzione Relazioni Esterne e Rapporti Istituzionali. Attualmente in pensione, appassionato di storia locale e arte.
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