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L’erotismo della distruttività che “dà senso alla vita” e le responsabilità collettive

Stupri e violenze come forma di affermazione nel “gruppo dei pari”. Non basta punire: abbiamo tutti il dovere di educare fin dall'infanzia

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Palermo: fanno ubriacare una diciannovenne e ne abusano in sette. Napoli: due ragazzine violentate dal branco. Anagni: festeggiano la maggiore età di un amico e uccidono una capretta a calci; lei si è lasciata avvicinare e prendere perché si fidava del suo aguzzino, loro ridono mentre muore. Fare qualcosa di irraccontabile per uscire dal proprio nulla credendo che, proprio in quanto inenarrabile, dia senso al proprio esistere. Nulla erano e nulla resteranno, senza una rieducazione e un trattamento adeguati nei luoghi a ciò preposti.

Quando viene pubblicata la notizia di questi atti efferati, l’opinione pubblica resta sbigottita, quasi tramortita per la ferocia, la gratuità di certe azioni. È semplice anche, però, affrettare il giudizio, avere una reazione di intento punitivo, retributivo, vessatorio.

Li chiamano “mostri”, gli autori di certi reati contro i deboli, che sia una ragazzina che ha esagerato con alcolici o che sia una bestiola con la sola colpa di essere tenera e fiduciosa verso l’essere umano. Ma anche la definizione di “mostro” è un’azione espulsiva. La società dovrebbe, invece, espellere l’azione, non l’individuo.

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“Mostro” deriva dal latino mònstrum e non significa necessariamente qualcosa di nefasto ma semplicemente, nel proprio significato più generico, “prodigio”. Tuttavia, tale termine trae anche la sua radice da monere, avvertire.

Cosa si avverte da questi reati? Che esiste e si è fatto strada un erotismo per la distruttività che debba dar senso all’esistenza di uno o più individui attraverso azioni “oltre il limite pensabile”. Dimentichiamo, però, che ogni comportamento umano è come un test proiettivo: esprime ciò che anima i pensieri di chi lo commette, è foriero di reazioni da parte dell’ambiente e necessita di interpretazioni adeguate.

L’assunto di base è e resta, comunque, quello che, nel nostro ordinamento, il soggetto minore di 14 anni non è imputabile. Per quanti commettono un reato ma che hanno dai 14 ai 18 anni la valutazione in sede processuale va effettuata caso per caso. Ad abundantiam, aggiungiamo che la fine dell’età adolescenziale è stata ufficialmente spostata ai 25 anni di età: ebbene, si, fino ai 25 anni siamo ancora in età evolutiva.

Quindi, in sintesi, la domanda è sostanzialmente questa: cosa vuole, di cosa ha bisogno colui che compie un atto antisociale efferato? Perché si asserisce che tale azione serve a dar senso alla nullità della propria esistenza? In realtà questo individuo vuole scioccare, desidera appagare la propria necessità narcisistica facendo dire al mondo intero «Guardami, sono andato al di là, oltre il limite».

Per quanto chiunque annichilisca, per quanto l’agito repulsivo immediatamente conseguente sia quello di confinare per sempre o a lungo il colpevole, il risultato sarà inevitabilmente che questo non avrà senso, per lui, che conosceva come unico rimedio salvifico al proprio sentimento di vuoto, di non vita, angosciante, l’unico modo di vivere e di esistere, un atto feroce. Ma noi siamo popolazioni mediterranee e siamo stati la culla della civiltà.

Quel «Guardami» non può essere sottovalutato perché è un grido di aiuto e dice: «Dammi esistenza guardandomi». E allora sono costretta a richiamare in causa il narcisismo, quello maligno e che ho sempre definito “cancro della personalità”, che somma antisocialità e sadismo ma che deriva sempre da un’angoscia profonda che fa vivere il soggetto sempre in preda all’automenzogna del dire «tutti sono belli, hanno fama e ricchezza, potere e tutti li amano per questo; più ne avrò anche io, meglio mi sentirò». Questi soggetti vivono una condizione di scarsa stabilità della propria autostima e convivono con un sentimento persistente di vergogna, umiliazione, disprezzo e invidia che gli altri, tramite le reazioni alle loro gesta, hanno il dovere di sedare.

Il narcisismo maligno si nutre, tuttavia, anche di una componente di sadismo e la credenza patogena del soggetto sadico è: «Ho il diritto di far soffrire gli altri e umiliarli; essi sono oggetti ed esistono perché io li domini». La miscela esplosiva è sostanzialmente pronta: il distacco verso l’altro, che diventa oggetto – anche fisicamente – di una violenza volta al controllo onnipotente, è agita.

Nei casi di violenza sessuale di gruppo non si è assolutamente interessati alla consumazione dell’atto del rapporto ma semplicemente a controllare la vittima e farlo davanti al gruppo di pari, mostrare il proprio valore. E quanto più la vittima viene umiliata dalla tipologia dell’atto sessuale, quanto più si mostrerà il proprio valore. Proprio così: in tutto questo l’umiliazione attraverso il sesso è del tutto marginale.

A poco importa che la fama e il potere siano ottenuti a spese di un debole, perché per il soggetto adolescente il confronto più importante è il gruppo di pari: è a loro che deve dimostrare che non si tira indietro e la propria grandiosità nell’andare “ancora oltre” lo stupratore che lo ha preceduto. Una non partecipazione all’atto violento significa incrementare il sentimento di vergogna, inadeguatezza, un sentirsi esclusi dal racconto goliardico del fatto commesso dal gruppo, dai messaggi nei quali ci si vantava anche nelle chat.

Lo ha detto bene uno degli autori di quel fatto di Palermo: era disgustato dall’avere un rapporto con una ragazza distrutta dai suoi amici ma «la carne è carne». Per poter avere un rapporto, sostanzialmente, ha dovuto fare un’operazione di disumanizzazione e semplificazione della realtà.

Cosa accade, dunque, per non perdersi in disquisizioni accademiche?

Uno o più elementi del gruppo si annoiano. Ha di fronte una ragazza. Lo comunica al gruppo. Un altro propone, quasi per gioco, «falla bere». È una sfida per chi la riceve, un’occasione per dimostrare il proprio valore, ci riesce.

Un altro propone: «E ora che sta così potremmo…». Una sfida tira l’altra, ci si fomenta, si va avanti a oltranza, lo scempio è in atto, passa in secondo piano il fatto che l’atto violento e distruttivo sia contro la persona, punito anche con la reclusione. Gli autori del reato sanno benissimo che potrebbero essere scoperti e perseguiti ma non riescono a dare un peso alla cosa: è più importante vincere, in quel momento, salire sul podio del gruppo di pari.

Non sono mentalmente incapaci ma certamente qualcosa limita la percezione delle conseguenze delle loro azioni e allora si alla punizione ma in un percorso rieducativo e di maturazione, con operatori specializzati, ma si anche alla prevenzione. Le manifestazioni di crudeltà, dalle istituzioni educative, in primis la famiglia, devono essere pensabili attraverso il dialogo: la prepotenza o il sadismo si manifestano sin da piccoli verso altri bambini e anche verso giochi e oggetti. Deve sempre essere spiegato, sin dalla prima infanzia, che la prepotenza non è accettabile perché ferisce l’altro.

Sono sostanzialmente inutili le punizioni, severe o meno. Sin dall’infanzia i bambini litigano e si riappacificano anche se, quest’ultimo, a volte è un processo che deve essere facilitato dagli adulti. Ma questo significa che, anche nell’atto della lite, sin dall’infanzia è presente il concetto di offesa, della sua reversibilità e della riparazione.

Questo significa che il danno è precoce, che forse la colpa e la pena non dovrebbe scontarla solo il reo ma anche coloro che, avendo visto la sua modalità di “darsi esistenza” fin dai primi anni di vita, non sono intervenuti.

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Daniela Cataldo
Daniela Cataldo
Psicopatologa forense e psicoterapeuta. Cultrice della materia in psicoterapia forense alla Lumsa.
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