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Cooperativa Clavasius, una storia di eccellenza socio-sanitaria

La pandemia ha portato in primo piano il ruolo di strutture di assistenza come la coop piemontese, che fa parte dell'Agci

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La parola “coraggio” deriva dal latino cor habeo che significa “avere cuore”. Quindi essere coraggiosi vuol dire vivere col cuore, agire con il cuore. Ed è questo ciò che traspare ascoltando Giuseppe D’Anna, presidente della cooperativa sociale Clavasius, nonché presidente di Agci Piemonte, struttura regionale dell’Associazione generale cooperative italiane (Agci).

Secondo D’Anna «il coraggio e la passione rappresentano un binomio indissolubile, il motore che muove la sana e buona cooperazione». Grazie al coraggio si può scommettere sul futuro, così come ha fatto lui stesso tempo fa quando ha cominciato a muovere i primi passi nel mondo della cooperazione e, in particolare, nel settore sociale e della solidarietà. Lo racconta, nello specifico, in questa intervista.

Presidente, come e dove nasce la cooperativa Clavasius? Come mai questo nome?

Giuseppe D’Anna
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«La sede della cooperativa è a Chivasso, in provincia di Torino. Clavasius è il vecchio nome di Chivasso. Deriva dal latino clivus (collina) che, con l’aggiunta del suffisso aceus, assume il significato di “luogo fronteggiante la collina”. La cooperativa nasce dall’esperienza professionale quasi ventennale, mia e dei miei colleghi, nel settore socio-sanitario. Clavasius garantisce la progettazione e la gestione di servizi complessi nei settori dell’assistenza sanitaria (health care) e dell’assistenza a lungo termine (long term care) con elevata professionalità forte di una specifica competenza».

Lei è presidente della cooperativa. Quanti soci e quanti dipendenti?

«Sono presidente dall’inizio; l’abbiamo costituita nel 2010 e, sebbene si siano alternati vari consiglieri, il presidente son rimasto sempre io. Ci sono una quarantina di soci e 35 dipendenti. C’è anche qualche socio volontario che ci aiuta».

Quali servizi offre la cooperativa?

«Clavasius è organizzata per la gestione di assistenza infermieristica, riabilitativa, educativa, domiciliare e tutelare. Il nostro obiettivo è soddisfare le esigenze dell’anziano. Per questo progettiamo un percorso personalizzato che possa stimolarne l’autonomia fisica ed emotiva. Le nostre gestioni riguardano: servizi residenziali e semiresidenziali, Rsa e residenze protette, case famiglia e centri diurni, condomini solidali e servizi domiciliari. Accogliamo anche persone con problematiche psichiatriche, in situazioni di disagio sociale ed abitativo. Il nostro percorso è caratterizzato da principi e valori saldi quali: l’uguaglianza e la continuità nell’erogazione dei servizi sociali, la tutela della privacy, la costante ricerca dell’efficienza, dell’imparzialità, della cura e dell’ascolto del paziente.

Ci sono stati casi di contagi durante la pandemia?

«Non abbiamo avuto fortunatamente seri problemi. C’è stato un focolaio l’anno scorso ma l’abbiamo superato in modo rapido e veloce. È durato 15 giorni e non si è registrato alcun decesso. Il momento di criticità ha riguardato l’ammalarsi del personale ma sostanzialmente possiamo reputarci fortunati o, semplicemente, bravi nell’aver gestito il problema con tempestività».

Come fa a conciliare diversi lavori visto che attualmente riveste più di una carica?

«Se non avessi passione sicuramente non riuscirei a portare avanti nessuna attività o comunque lo farei in modo poco costante, poco professionale. Ma non è il mio caso. Credo fortemente che occorra avere coraggio, avere passione nelle attività che si svolgono, ogni giorno. Solo così si trova la forza e la grinta per fare la differenza ed emergere. Sonopresidente anche di un’Associazione che gestisce “badanti”, che preferisco chiamare “assistenti familiari”. A tal proposito ho in mente un progetto ambizioso che presto realizzerò insieme ad Agci».

 Come si è avvicinato al mondo dell’associazionismo, della cooperazione?

«Nel 2010 ho terminato un rapporto di lavoro con cui gestivo due strutture per anziani e ho voluto affrontare una nuova sfida: mettermi in proprio. Potevo farlo creando una cooperativa che mi dava la possibilità di costituire, appunto, un’impresa senza grandi somme di capitali, ma investendo principalmente sulle proprie capacità, sul lavoro, sulla meritocrazia. Questo è stato l’inizio del mio percorso».

Come ha conosciuto Agci?

«Sono stato il segretario dell’Assessore regionale alla Sanità, il dottor Antonio D’Ambrosio, per i primi 3 anni della sua attività. Un giorno, durante una riunione, tra i partecipanti vi era anche l’Agci con cui sin dal principio ho condiviso – e continuo a farlo – gli stessi ideali, valori, credo politico. In più, per uno strano segno del destino, il logo dell’Associazione delle Famiglie italiane era simile al logo di Agci. E quindi ho pensato: “Questo è destino”».

Ci può raccontare l’episodio, divulgato da giornali e Tv, dell’operatrice sociosanitaria sospesa dalla vostra coop?

«Il ruolo di infermieri e assistenti socio-sanitari, in particolare nel periodo della pandemia, è stato ed è di grande responsabilità. Quando è stato introdotto l’obbligo vaccinale anti–Covid 19 per coloro che svolgessero prestazioni o mansioni che implicassero contatti interpersonali, come nel caso delle professioni sanitarie, ne abbiamo immediatamente parlato con i nostri dipendenti. Abbiamo cercato di comunicare in modo inequivocabile, attraverso lettere e riunioni, che il vaccino era l’unica via di salvezza dal punto di vista legale, di salute e sicurezza».

«La dipendente in questione, a differenza di tutti gli altri – continua D’Anna -, ha pensato di non vaccinarsi nonostante i vari avvertimenti ricevuti, così l’ho messa in ferie forzate. Lei ha replicato con una lettera di diffida sottolineando “il carattere sperimentale dei vaccini, l’incompetenza del datore di lavoro ad adottare provvedimenti di sospensione ed invocando il divieto di discriminazione sancito dal Consiglio d’Europa”. Ma per tutta risposta è stata sospesa dal lavoro senza stipendio fino a quando non si fosse vaccinata, come prevede la legge. A quel punto la lavoratrice ha fatto un ricorso d’urgenza ma il giudice lo ha rigettato riconoscendo l’obbligo vaccinale per la donna, che non aveva sollevato eccezioni mediche che ne avrebbero previsto l’esonero. Secondo la sentenza del giudice: “Il datore di lavoro ha certamente il potere di sospendere il lavoratore dalla prestazione lavorativa rischiosa. Anzi, è tenuto a farlo per salvaguardare l’integrità fisica di tutti i dipendenti”».

Ha più sentito, rivisto la signora?

«So che ha partecipato a qualche manifestazione no vax. Niente di più, non ho contatti con lei».

Quali i progetti futuri per la coop?

«La nostra intenzione è quella di ampliare la struttura e renderla ancora più accogliente e confortevole per i nostri pazienti il cui benessere psico fisico viene prima di tutto. Per noi è importante il concetto di “responsabilità sociale”, intesa come salvaguardia della dignità e dei diritti della ‘persona’ ospite, per garantire la migliore qualità di vita possibile.

Esistono purtroppo stereotipi, luoghi comuni, pregiudizi sulle cooperative sociali, molto spesso giudicate di secondo ordine, piccole, truffaldine, beneficiarie di immeritate agevolazioni fiscali, luogo di lavoro precario, poco efficienti. Eppure contribuiscono a migliorare la condizione socio-economica del Paese. Non è così? Cos’è la cooperazione per Lei? Che rapporto ha con l’attuale Presidente nazionale?”

«Lavoro con passione e dedizione nell’ambito socio-sanitario, da anni. Così come i miei soci e dipendenti che sono contenti dell’attività che svolgono. Se non c’è gioia e determinazione in quello che si fa i risultati negativi si vedono. La cooperazione è il cammino che noi tutti insieme percorriamo, condividendo gli stessi valori e superando gli ostacoli, per raggiungere un unico obiettivo. È molto importante per l’economia italiana perché rappresenta l’8% del Pil e, soprattutto in questo periodo di crisi causato dalla pandemia, il modello cooperativistico ha affrontato e superato una sfida così dura, garantendo solidità e occupazione. Giovanni Schiavone, l’ho conosciuto prima che fosse eletto presidente nazionale di Agci. C’è stata subito empatia tra di noi. Ci confrontiamo spesso e sicuramente mettiamo entusiasmo in quello che facciamo. Crediamo entrambi nei valori della cooperazione, della legalità, del lavoro, principi questi che costituiscono le fondamenta dell’Associazione che può, deve crescere grazie a una visione chiara e concreta del futuro».

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Mascia Garigliano
Mascia Garigliano
Orgogliosamente calabrese, romana d’adozione. Nata nel 1983, giornalista professionista dal 2010. Attualmente sono responsabile ufficio stampa di AGCI (Associazione generale cooperative italiane). La scrittura e la lettura sono il mio pane quotidiano. Ho esperienza come redattrice, addetta stampa, social media manager e organizzatrice di eventi. Adoro viaggiare, fisicamente e con la fantasia. Il tempo libero lo passo a cucinare, nuotare e boxare. Particolare predilezione per i cani, amo la natura e i casolari in campagna, con mare annesso. Un mio motto? “Può cambiare il modo di comunicare ma il giornalismo rimane pur sempre il Quarto potere”.
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