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Più contenuti, meno equilibrismi: unica prospettiva utile per il Pd targato Letta

Le correnti tirino fuori dai cassetti le loro proposte su temi come lavoro, occupazione, fisco, sanità, previdenza, ambiente, sicurezza, istruzione e ricerca. E ne facciano una sintesi. Il consenso popolare non si ottiene con le beghe interne

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Nulla si crea e nulla si distrugge. Le cose sono quelle che sono, semmai evolvono e si modificano nel tempo ma mettersi seduti a tavolino e pretendere di creare un nuovo Pd non solo è impossibile ma rischia di rivelarsi anche ridicolo. Ci hanno già provato in tanti ma nessuno ci è riuscito e non solo del nuovo Pd non v’è traccia ma quello vecchio appare ridotto al lumicino e la sua idea di partito ampio e inclusivo va evaporando sempre di più.

Certo le cause sono molteplici e hanno origini diverse, come tante e diverse sono le anime di cui, in teoria, è composto il partito. In teoria perché nella realtà di composto sembra esserci ben poco e quello che c’è pare più una federazione di piccoli gruppi, correnti e partitini che si tengono insieme parlando solo di sé stessi, di equilibri, di cariche, ecc. lasciando al vero rapporto con il Paese e con i cittadini vaghi discorsi (o addirittura solo slogan) sui massimi sistemi, come fatto fino a poco tempo fa con Zingaretti.

Ma tralasciamo il passato e guardiamo al futuro: a Enrico Letta. Eletto due settimane fa con 860 voti favorevoli, 2 contrari e 4 astenuti, il nuovo segretario sembra muoversi confidando molto sul peso di questo voto unanime, una fiducia che rischia però di mostrarsi cattiva consigliera. Ciò di cui ha bisogno il Pd in questo momento è il consenso popolare e il consenso popolare non lo si guadagna con scelte un tantino strumentali e imposte dall’alto tipo lo ius soli o il voto ai sedicenni, che tutto sono tranne che le prime priorità per il Paese, né tantomeno con le beghe di potere all’interno del partito dalle quali traspare in modo evidente come le tante anime che dovrebbero comporlo, …il partito, siano in realtà preoccupate più della propria sopravvivenza e della propria autonomia che dei problemi reali del Paese.

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Basta guardare la vicenda della presidenza dei gruppi parlamentari e della polemica sollevata (a torto o a ragione non lo so ma non è questo il punto) dall’On. Marianna Madia in merito alla candidatura (lei la definisce “cooptazione”) dell’On. Debora Serracchiani. Ebbene a giudicare dal quadro che vien fuori leggendo le varie dichiarazioni e i resoconti stampa ci sarebbero “accordi trasversali”, “correntoni” di partito, scambi di sostegno nell’elezione del presidente e del vicepresidente vicario, tutto un lavorìo in vista delle elezioni amministrative (compresa la questione primarie si, primarie no) e un occhio lungo alle prossime elezioni politiche, magari – come dice Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera – col segretario dem che «forza sul maggioritario: un sistema che obbliga alle coalizioni e rende così più concreta la prospettiva del Nuovo Ulivo che Letta vuole costruire».

Ma è davvero questo il modo che ha in mente il nuovo segretario per far recuperare consensi al Pd? O non corre invece, in questo modo, il rischio di deludere ancora una volta le aspettative degli elettori di centrosinistra ormai stanchi di veder litigare tra loro gli esponenti del Pd, addirittura a pochi giorni dall’elezione del nuovo segretario con una maggioranza, a questo punto più ipocrita che “bulgara”, di 860 voti su 866?

Si vuole veramente costruire un nuovo Pd? Bene: ogni gruppo, corrente o correntone, chiuso in fondo a qualche vecchio cassetto avrà pure uno straccio di proposta concreta su cosa fare in tema di lavoro, occupazione, fisco, sanità, previdenza, ambiente, sicurezza, istruzione e ricerca, ecc. e allora si tirino fuori queste proposte dai cassetti di ogni singolo gruppo, corrente o correntone, se ne faccia una sintesi, si trovi un denominatore comune a livello nazionale e locale e su questi temi ci si confronti con i cittadini e con gli elettori ai quali se i presidenti dei gruppi parlamentari sono di genere maschile o femminile e quali conseguenze ciò possa avere negli equilibri interni delle correnti di partito interessa certamente molto meno del veder conosciute, considerate e portate avanti le proprie aspettative di poter vivere e lavorare in un Paese più moderno, più equo, più efficiente e più competitivo con l’Europa e con il resto del mondo.

Eravamo una potenza economica tra le prime e in continua espansione; da anni ormai ci troviamo in una crisi sempre più profonda e sempre più lenta a passare, dalla quale anzi appare sempre più difficile uscire, e ancora c’è chi mette al primo posto gli equilibri di potere interni al partito, gli accordi e le tattiche per le imminenti elezioni amministrative e per quelle politiche prossime venture. Si dice che un leader ha a disposizione i primi cento giorni per imprimere una svolta con il proprio mandato; beh non si direbbe che i suoi primi quattordici Letta li abbia impiegati nel migliore dei modi.

Forse se fin dall’inizio avesse costretto le varie anime del partito a confrontarsi in modo serrato sui contenuti invece che sull’organizzazione e gli equilibri sottostanti, avrebbe: spiazzato più di qualcuno; dato all’esterno un’immagine diversa del Pd; avuto modo, dopo l’autoesilio francese, di reinserirsi in modo più graduale tra le varie correnti del partito; avuto più tempo per prendere pesi e misure e decidere come regolarsi di conseguenza.

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Achille Nobiloni
Achille Nobiloni
Nato a Frascati (Roma) nel 1952. Giornalista pubblicista. Dieci anni corrispondente del Messaggero dalla provincia; quindici anni redattore dell'agenzia Staffetta Quotidiana Petrolifera, venti anni dirigente d'azienda in Agip Petroli e in Eni nella direzione Relazioni Esterne e Rapporti Istituzionali. Attualmente in pensione, appassionato di storia locale e arte.
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