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“Tutta una questione di algoritmo”, l’esordio narrativo di Luca Bovino

Nel romanzo, l'autore dà voce a un protagonista che finisce per trovarsi in una serie di situazioni paradossali da cui trae esperienze angosciose, e finisce per smarrire ogni rapporto coerente con la realtà, e anche con se stesso

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Autore del romanzo “Tutta una questione di algoritmo” (Brè Edizioni) che si è aggiudicato la menzione speciale al Premio Bukowski 2020, arrivando finalista nella cinquina del primo concorso internazionale Montag 2020, Luca Bovino dà voce a un protagonista che finisce per trovarsi in una serie di situazioni paradossali da cui trae esperienze angosciose, e finisce per smarrire ogni rapporto coerente con la realtà, e anche con se stesso.

Nelle nebbie del suo delirio onirico, il malcapitato eroe realizza che ogni programma razionale è ormai infranto, e non gli resta altro che contemplare le falle del proprio algoritmo esistenziale.

Luca, parli di algoritmo esistenziale: cosa significa?

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«Un “algoritmo esistenziale” per me è soltanto un ossimoro, un’antifrasi, un concetto indicato esprimendo il suo contrario. Come quando provi a leggere un testo di logica modale prima di addormentarti, e dici: “Però, è tutto chiaro!”. E la cosa divertente è che nessun algoritmo potrà mai riconoscere un’antifrasi; la prima volta che un computer avrà istruzioni per ridere da solo, il mondo finirà. Ultimamente i neuroscienziati hanno anche rivisto la metafora secondo cui il cervello sarebbe come un computer: non abbiamo una mente deduttiva (come abbiamo creduto per millenni), bensì  euristica. Insomma, anche l’algoritmo è sistemato».

Quali sono le diverse ambientazioni in cui vediamo alle prese il protagonista?

C’è una prima ambientazione in Puglia, sull’autostrada Taranto – Bari, una tratta che è una dimostrazione plastica dell’arretratezza infrastrutturale del sud: l’unica autostrada che porti il nome di Taranto in realtà non ci arriva, si ferma tra le colline; due milioni di veicoli, ogni giorno, sono invitati a percorrere lunghe e peripatetiche serpentine in mezzo a lacerti urbani che chiunque farebbe a meno di fendere. La seconda parte è invece ambientata a Bologna, a ridosso di via Oberdan e del quartiere giudeo, in un ambiente rappresentato da variazioni cromatiche su un tema di tinte rubizze, e da sapori, sonorità, sentori».

Cosa impara il tuo eroe grazie alle sue peripezie?

«Non impara nulla; del resto, non è possibile fare esperienza della vita. Bisognerebbe vivere due volte per riuscirci: solo così potremmo fare profitto, nella seconda vita, degli errori compiuti nella prima. Ma noi ne abbiamo solo una. Sul tema ha già detto tutto Milan Kundera, nella prima parte dell’Insostenibile leggerezza dell’essere. E io non ho mai trovato argomenti validi per dargli torto. Il mio protagonista si limita a fare esperienze, e ogni tanto a rifletterci su. Ma solo il lettore può dire se abbia davvero imparato qualcosa».

Ti vediamo spesso nelle vesti di recensore e articolista in ambito letterario. Leggere e analizzare un’opera mettendosi “dall’altra parte” influenza in qualche modo la tua attività di scrittore?

«Certo, come potrebbe non farlo, mi sembra inevitabile. Per esempio, leggo Italo Calvino: noto il suo modo originale di costruire un elenco, e rubo. Leggo Philip Roth: osservo le giustapposizioni con cui crea i suoi parossismi, e borseggio. Leggo Jorge Luis Borges: guado nei labirinti semantici con cui accende una frase, e scippo. Ovviamente, non sono Calvino, né Roth, né Borges, anzi: so benissimo di essere sideralmente lontano da questi riferimenti.  Però, ecco: recensire mi aiuta ad appropriarmi indebitamente di qualcosa di loro. E poi, più o meno consciamente, tiro fuori questa refurtiva per aiutarmi quando mi smarrisco nel bosco che si trova tra la mente e la pagina».

In chiusura, cosa manca, secondo te, nel panorama editoriale italiano di cui i lettori avrebbero bisogno?

«Bella domanda. Roberto Calasso (osservatore prezioso, essendo sia editore, con Adelphi, sia scrittore) in Come ordinare una biblioteca ha affermato che i libri, oggi, vengono visti solo come dei contenitori da riempire, e questo ha impoverito estremamente le forme dell’espressione letteraria. Forse i nostri romanzieri contemporanei sembrano piuttosto lineari, consolatori, riluttanti. È difficile vedere un romanzo davvero deformante, provocatorio, sperimentale. Questo mi sembra che effettivamente manchi nel nostro panorama; ma non sono del tutto sicuro che sia ciò che i lettori vorrebbero, né ho elementi per affermare che sia ciò di cui avrebbero bisogno. Solo una cosa posso dire: chiunque desideri partire per un viaggio scomodo, ambiguo e pericoloso, potrà sempre contare sulla mia ospitalità».

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Lisa Bernardini
Lisa Bernardinihttps://lisabernardini.it/
Toscana di nascita ma romana d’adozione; nasce nel 1970. Giornalista pubblicista iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Presidente dell’Associazione Culturale “Occhio dell’Arte APS”, direttore artistico. Si occupa di organizzazione eventi, informazione, pubbliche relazioni e comunicazione. Segue professionalmente per lo più personaggi legati alla cultura, all'arte  e alla musica. Fine Art Photography. 
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