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La vita dà, la vita toglie, la vita rinasce

C’è sempre uno scandaglio interiore lanciato nell’animo del lettore dai romanzi di Stefania Chiappalupi. “La ragazza che sognava l’Africa”, il suo ultimo libro (Milena edizioni), non fa eccezione

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Una terra baciata dal sole e bagnata dal sangue. Spesso, sangue di bambini, figli di quella terra che ha brutalmente cancellato la loro infanzia con i suoi conflitti insanabili. Una terra che, con il suo carico di sole, sangue e umanità, può incredibilmente diventare terreno fertile per il più pesante dei percorsi interiori: l’elaborazione del lutto e la rinascita.

C’è sempre uno scandaglio interiore lanciato nell’animo del lettore dai romanzi di Stefania Chiappalupi. “La ragazza che sognava l’Africa”, il suo ultimo libro (Milena edizioni), non fa eccezione. E la scrittrice romana “adottata” dal Piemonte continua, con la sua ultima opera, il suo percorso senza rete nei meandri della coscienza, avviato con i libri che l’hanno preceduta (leggi il precedente articolo di Metropoli.Online collegandoti qui).

È un percorso raccontato, anche questa volta, attraverso gli occhi e il cuore di una donna: Margherita, la protagonista del romanzo. Promettente avvocata in un famoso studio di Roma, non ha null’altro da chiedere alla vita, che apparentemente le ha dato tutto. Anche un grande amore, vicino a fiorire, da lì a una settimana, nel più colorato dei sogni: il matrimonio.

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Ma la vita che dà, può trasformarsi nella vita che toglie. Toglie la vita stessa: quella del promesso sposo, vittima incolpevole di un incidente stradale causato da un ubriaco. Un lutto che può da un momento all’altro spegnere tutto, a cominciare dalla carriera.

L’unico rifugio sono i sogni di bambina. Come il sogno dell’Africa e dei suoi misteri. Fare la valigia e inseguire quel sogno, e fuggire dai luoghi di quel lutto terribile, portano Margherita in Uganda. Volontaria fra i bambini-soldato da salvare e accudire.

Un’esperienza che porta alla rinascita. Fino all’incontro con l’uomo che, facendo della sua scienza medica l’arma al servizio del riscatto di quei bimbi e del loro popolo, si prenderà cura di far rifiorire il seme della passione, addormentato nel cuore femminile di Margherita. Ma la vita non smette di scorrere, come un fiume impetuoso, fra rocce e anse. E, dopo il confronto con i fantasmi del passato, pone ora di fronte a Margherita un bivio lacerante.

Margherita: nome evocativo per una protagonista che entra di prepotenza nel cuore del lettore. Margherita come il fiore che si piega e rinasce, il fiore più semplice e più diffuso, il fiore per eccellenza che ha accompagnato i momenti spensierati della nostra infanzia e della nostra adolescenza, nel verde dei prati, reali e metaforici, della nostra gioventù.

Margherita, simbolo di travagli interiori e forza femminile nelle pagine dense di pathos di Stefania Chiappalupi. Alla fine del romanzo non possiamo non chiederci quante Margherita, come il fiore della nostra infanzia, abbiamo incontrato nella nostra vita senza rendercene conto, se non quando un’emozione forte, come le ritmate parole di Stefania Chiappalupi, ce le riporta alla mente, sul soffice cuscino dei ricordi.

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Stefania Basile
Sono nata nel 1977 all'estremità meridionale della Calabria tirrenica, nella città di Palmi, che si affaccia sullo stretto di Messina e sulle splendide isole Eolie. Amo le mie origini e Roma, la città dove vivo per motivi professionali. Come diceva la grande Mia Martini: «il carattere dei calabresi a me piace moltissimo. Possiamo sembrare testardi, un po' duri, troppo decisi. In realtà siamo delle rocce, abbiamo una grande voglia di lavorare e di vivere. Io non sono di origine, io sono proprio calabrese!».
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