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L’olio di palma e i danni per la salute e l’ambiente

In questi ultimi anni si parla tanto dell’olio di palma e dei danni che comporta alla nostra salute, all’ambiente e alla fauna: cosa c’è da sapere su questo prodotto largamente utilizzato negli alimenti industriali?

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Ormai sentiamo parlare molto dell’olio di palma, demonizzato e bandito dalle aziende alimentari, le quali si sono affrettate a comunicare che i loro prodotti non contenevano più quest’olio vegetale pieno di grassi saturi, accusati di aumentare il rischio di malattie cardiovascolari. La palma da olio per eccellenza è la Elaeis guineensis, originaria dell’Africa. Può raggiungere i 30 metri di altezza e produce numerosi e grandi frutti composti per circa il 50% da olio.

Se ne estraggono due tipologie di olio: il primo deriva dal frutto che, dopo la raccolta, viene sterilizzato con vapore, snocciolato, cotto e pressato. L’olio ricavato è costituito prevalentemente da trigliceridi composti da acidi grassi saturi, circa il 50%. Il secondo olio, chiamato di palmisto, è estratto dai semi separati precedentemente dal frutto: la sua quantità di acidi grassi saturi arriva all’80%.

A dispetto del nome, è una materia grassa commercializzata soprattutto in forma solida come il burro e le margarine e proprio le critiche fatte agli acidi grassi trans, contenuti in queste ultime, hanno accelerato e facilitato la sua fortuna, facendolo diventare un ingrediente base di tutti i prodotti da forno industriali.

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Gli effetti sulla salute umana dei grassi saturi sono noti: insieme al colesterolo, esiste una relazione tra alte dosi di grassi saturi e malattie cardiovascolari quali infarti, ischemie ed ictus. I consigli dei nutrizionisti ci parlano di una soglia giornaliera accettabile, per tutti i grassi saturi, del 10% sul totale delle calorie giornaliere.

Ma questo ingrediente è presente nella quasi totalità dei cibi pronti che acquistiamo nei supermercati: merendine, biscotti, nelle farciture dei dolci confezionati, nelle creme spalmabili, snack dolci e salati, gelati e panini. È apprezzato per la consistenza cremosa che conferisce agli alimenti ed essendo insapore e inodore, non altera la gradevolezza del prodotto originario, ma ne esalta il gusto. Inoltre, garantisce una maggiore conservabilità per la sua maggiore resistenza alla temperatura e all’irrancidimento. È utilizzato anche nella fabbricazione di prodotti per l’igiene della persona come creme, saponi, detergenti e di oggetti di metallo, plastica, gomma e tessili, nella vernice e nella carta.

Non basta un cambiamento: occorre un cambio di mente

Attenzione, però: pur essendo un ingrediente molto diffuso, non è sempre facile da individuare nelle etichette; al posto della dicitura “olio di palma”, solitamente ritroviamo una più generica voce “grassi vegetali”.

Questo elenco ci aiuta a comprendere quante piantagioni siano necessarie per soddisfare la domanda delle aziende che ne fanno uso per una sua caratteristica fondamentale: il suo basso costo di produzione. Basso in termini economici, ma altissimo se pensiamo ai danni che provoca al nostro pianeta, animali, piante e uomini.

Le conseguenze della coltivazione della palma

La coltivazione della palma da olio è responsabile di una feroce deforestazione per favorire la sua monocoltura intensiva e mette a repentaglio interi ecosistemi con la perdita di numerose specie vegetali uniche al mondo e la sopravvivenza di molte specie animali del Sud-Est asiatico (in particolare in Indonesia, Filippine e Malesia). Le conseguenze sono la perdita di biodiversità provocata dalla distruzione dell’habitat di numerose specie, tra cui l’orango, i rinoceronti e le tigri del sud est asiatico, ma anche l’impennata di gas serra dovuta alla pratica degli incendi per velocizzare l’eliminazione delle foreste naturali e lo stravolgimento dell’assetto idrogeologico del territorio che comporta gravi fenomeni di erosione del suolo con conseguente rischio di gravi alluvioni. Anche i consumi di acqua, di fertilizzanti e di pesticidi sono in costante aumento per via delle piantagioni di palme.

E parliamo anche di diritti umani. Un rapporto di Amnesty International ci conferma che i Paesi produttori di olio di palma sono luoghi dove le tutele dei lavoratori sono inesistenti. Le multinazionali schiavizzano i lavoratori che non hanno nessun diritto né tutela e spesso, per raggiungere i massacranti obiettivi di produzione, devono impiegare anche i propri familiari, bambini compresi. Ci racconta di espropriazione dei contadini dalle proprie terre, di deportazione di interi villaggi, di sfruttamento, di totale mancanza di condizioni di sicurezza sull’ambiente di lavoro.

Le alternative

Tutto questo è quello che accade oggi se vogliamo discutere di olio di palma, ma boicottarlo può bastare a risolvere i vari problemi evidenziati?

Secondo l’ultimo rapporto dell’International Union for the Conservation of Nature, sostituire le piantagioni di olio di palma con coltivazioni di soia, girasoli, arachidi, mais e colza per ricavare altri tipi di oli vegetali provocherebbe un consumo di suolo 9 volte superiore, con conseguente distruzione di habitat in altre regioni del pianeta. Per non parlare dei consumi di acqua, fertilizzanti e pesticidi: l’impatto ambientale sarebbe ancora più grave.

Secondo un tribunale belga, sostenere che l’olio di palma sia più dannoso di altri grassi è tutto ancora da dimostrare, mentre di certo vale, per tutte le tipologie, il consiglio di limitarne il consumo. In sintesi: non pensiamo che la merendina industriale fatta con l’olio di palma sia cattiva, mentre la crostata della nonna, fatta con il burro, sia buona.

Nel nostro paese le aziende diventate improvvisamente puriste del “senza olio di palma”, sono la maggior parte; però non sempre è chiaro con cosa lo si stia sostituendo.

Visti gli enormi interessi economici (l’olio di palma costa 0,45 centesimi al chilo, il girasole 1,50/1,60 euro, l’olio di oliva parte da 3 euro, il burro non meno di 4,5 euro al chilo e sui grandi numeri industriali i centesimi diventano subito miliardi), sono stati creati comitati e organi di controllo internazionali, si è iniziato a parlare di olio di palma sostenibile prodotto nel rispetto di determinate regole, ma purtroppo tutto ciò non può negare l’evidenza nota e confermata dai fatti.

Facciamo il punto: l’olio di palma fa male alla nostra salute, ma lo ritroviamo in tanti prodotti da forno industriali. Fa male al nostro pianeta perché la sua continua domanda obbliga la ricerca costante di nuovi terreni coltivabili. Fa male alla biodiversità perché i terreni coltivabili sono prima di tutto foreste abitate da animali e piante.

Dalla riflessione all’azione

Cosa fare? Arrendersi? Accettare la devastazione? O trovare delle soluzioni?

Da semplici cittadini, ci sentiamo impotenti contro le grandi multinazionali intente solo al loro profitto, ma in realtà possiamo fare molto per difendere il nostro mondo e il nostro futuro.

Ho uno spunto di riflessione: ogni anno vengono sprecate circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo commestibile, 280-300 chili pro capite. Allora si produce più di quel che serve?

Non è necessario solo un cambiamento, serve un cambio di mente! Buon appetito!

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Matteo Lai
Naturalista, subacqueo, velista ed esperto di educazione ambientale: il mare è la sua passione. Da qualche anno collabora con una società che si occupa di turismo scolastico dove si occupa di educazione ambientale e vela puntando sempre la sua attenzione sui temi della tutela ambientale e della natura. Con la fondazione di One World ha un obiettivo molto semplice: sensibilizzare i cittadini sul valore della tutela ambientale. One World, che ha sede ad Andria (BT), è un’associazione no profit per la tutela ambientale, nata dal desiderio di smuovere la coscienza sociale al fine di radicare nuovi valori ed innescare, così, un circolo virtuoso di comportamenti eco–friendly consapevoli. Tutte le attività che l’associazione One World promuove hanno sempre una valenza educativa finalizzata alla diffusione di una maggiore conoscenza, sensibilizzazione e rispetto dell’ambiente.
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