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Ma l’Occidente ha più paura della pace che della guerra?

Perché non ci si è impegnati fino in fondo per Gorbaciov e i suoi progetti? Le parole del 1989 dell'ex leader e l'occasione persa dall’Europa

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«Gli europei potranno rispondere alle sfide del secolo futuro solo unendo i loro sforzi. Siamo convinti che essi abbiano bisogno di un’Europa pacifica e democratica, che conservi tutta la sua varietà e si attenga ai comuni ideali umanistici, di un’Europa prospera, che tenda la mano al resto del mondo, che marci sicura verso il domani. In questa Europa vediamo il nostro futuro».

Non lo dico io, lo diceva Mikhail Gorbaciov il 6 luglio 1989 nel suo “Appello all’Europa: dall’Atlantico agli Urali”, pronunciato a Strasburgo davanti al Consiglio d’Europa. Se nel leggerne il testo integrale mi era venuto il dubbio che al dunque l’Occidente avesse avuto più paura della pace che della guerra, nel trascriverne alcuni stralci che riporto qui sotto e la cui lettura consiglio vivamente a tutti, me ne sono quasi convinto!

Alcune di queste dichiarazioni hanno una portata dirompente e non solo non si capisce (ma forse lo si può intuire) come l’Occidente non si sia impegnato a dare il suo massimo sostegno fino in fondo a Gorbaciov e ai suoi progetti ma danno anche la misura della grande occasione persa dell’Europa e, a giudicare da come stanno le cose oggi, forse non più ripetibile per molti decenni a venire.

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Siamo davvero sicuri che l’unica soluzione per uscire dalla crisi attuale sia quella di tornare alla politica della forza, della supremazia militare e che nulla di quanto a suo tempo indicato da Gorbaciov possa essere salvato almeno per provare a ipotizzare un futuro senza guerre come aveva iniziato a fare lui fin da appena nominato segretario generale del Pcus nel marzo del 1985? Buona lettura!

«Adesso che il XX secolo volge al termine, e che il dopoguerra e la “guerra fredda” vengono relegati nel passato, gli europei hanno effettivamente dinanzi a sé l’eccezionale opportunità di rivestire un ruolo degno del loro passato, del loro potenziale economico e spirituale, nella costruzione di un mondo nuovo.

L’Europa più di una volta ha provato su di sé tentativi di unificazione forzata. Ma essa conosce anche il nobile sogno di una spontanea comunità democratica dei popoli europei. Victor Hugo disse: «Verrà il giorno in cui tu Francia, tu Russia, tu Italia, tu Inghilterra, tu Germania, voi tutte, tutte le nazioni del continente, senza perdere i vostri caratteri distintivi e la vostra straordinaria originalità, tutte vi unirete indissolubilmente in una comunità superiore e creerete la fratellanza europea… Verrà il giorno in cui unico campo di battagli saranno i mercati aperti al commercio, e le menti aperte alle idee!».

Le differenze tra gli Stati non sono eliminabili. Esse sono anzi salutari. Purché, naturalmente, la competizione tra i diversi tipi di società miri alla creazione di migliori condizioni materiali e spirituali di vita per gli uomini. Grazie alla perestrojka, l’Urss potrà prendere parte attiva a questa competizione leale, equa e costruttiva.

È ora di archiviare i postulati della “guerra fredda”, quando l’Europa era vista come un’arena di confronto, suddivisa in “sfere d’influenza” e in “feudi” personali, come oggetto di contrapposizione militare: un teatro di operazioni belliche. Nel mondo interdipendente di oggi le idee geopolitiche, frutto di un’altra epoca, risultano altrettanto sterili nella politica reale, quanto le leggi della meccanica classica nella teoria dei quanti.

Nell’ambito della nuova mentalità siamo partiti da un ripensamento critico delle nostre idee sulla contrapposizione militare in Europa, sull’entità della minaccia esterna, sull’importanza del fattore della forza nel consolidamento della sicurezza. È stato difficile e doloroso. Ma alla fine sono state prese decisioni che ci hanno permesso di portare fuori dal circolo vizioso “azione-reazione” i rapporti tra Est e Ovest.

Siamo convinti che sia tempo di avviare anche i negoziati sui mezzi nucleari tattici tra tutti i paesi interessati. L’obiettivo finale è la completa eliminazione di quest’arma. Essa minaccia gli europei, che non hanno alcuna intenzione di farsi la guerra l’uno contro l’altro. Allora a cosa e a chi serve?

Siamo per lo scioglimento dei blocchi militari e per immediata instaurazione a tal fine di un dialogo politico tra di essi, per la creazione di un clima di fiducia, che escluda qualsiasi sorpresa.

Sono fermamente convinto che gli europei avrebbero dovuto da tempo rendere conformi la propria politica e il proprio comportamento al nuovo buon senso: non prepararsi alla guerra, non minacciarsi reciprocamente, non competere nel perfezionare le armi e tanto meno nel tentativo di “compensare” le riduzioni avviate, ma imparare a costruire insieme la pace, gettare per essa delle solide fondamenta. Se la sicurezza è il fondamento della casa comune europea, la cooperazione multilaterale ne è la struttura portante.

Potremmo aderire ad alcuni convenzioni internazionali del Consiglio d’Europa, aperte agli altri Stati, sull’ecologia, la cultura, l’istruzione e le trasmissioni televisive. Siamo pronti a collaborare con gli istituti specializzati del Consiglio d’Europa. Consideriamo reale, anche se non prossima, la prospettiva di dar vita a una estesa zona economica dall’Atlantico agli Urali, caratterizzata da intensi rapporti tra le sue parti orientale e occidentale.

Il passaggio dell’Unione Sovietica a una economia più aperta ha, in questo senso, un significato di principio. E non solo per noi stessi: ma anche per aumentare l’efficienza dell’economia e soddisfare le esigenze dei consumatori. Ciò rafforzerà l’interdipendenza economica tra Est e Ovest e, di conseguenza, influirà favorevolmente su tutto il complesso dei rapporti paneuropei. Non abbiamo dubbi che i processi di integrazione nell’Europa occidentale stanno raggiungendo un nuovo livello qualitativo. Non intendiamo sottovalutare la nascita nei prossimi anni di un mercato europeo unico.

La casa comune europea dovrà essere ecologicamente pulita. La vita ci ha impartito lezioni amare. I grossi problemi ecologici in Europa hanno superato da tempo i confini nazionali. E la formazione di un sistema di sicurezza ecologica regionale è un problema urgente. È auspicabile che il processi paneuropeo proceda più rapidamente in questa direzione che è effettivamente tra quelle prioritarie.

Gli europei potranno rispondere alle sfide del secolo futuro solo unendo i loro sforzi. Siamo convinti che essi abbiano bisogno di un’Europa pacifica e democratica, che conservi tutta la sua varietà e si attenga ai comuni ideali umanistici, di un’Europa prospera, che tenda la mano al resto del mondo, che marci sicura verso il domani. In questa Europa vediamo il nostro futuro».

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Achille Nobiloni
Achille Nobiloni
Nato a Frascati (Roma) nel 1952. Giornalista pubblicista. Dieci anni corrispondente del Messaggero dalla provincia; quindici anni redattore dell'agenzia Staffetta Quotidiana Petrolifera, venti anni dirigente d'azienda in Agip Petroli e in Eni nella direzione Relazioni Esterne e Rapporti Istituzionali. Attualmente in pensione, appassionato di storia locale e arte.
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