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La mia Gran Bretagna di ieri e le inquietanti rivelazioni di oggi

Da documenti desecretati di Kew Gardens, un libro di Fasanella sui rapporti con l'Italia. Con interrogativi su stragi e compromesso storico

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Ho conosciuto Giovanni Fasanella leggendo prima il suo “1861”, che mi aveva incuriosito vedendolo per caso sul ripiano di una libreria a casa di mia sorella, e successivamente “Il puzzle Moro”, non essendomi accorto che anche questo fosse stato scritto da lui e ignorando tutto ciò che Giovanni aveva pubblicato nel frattempo. 

Ora ho appena finito di leggere “Colonia Italia” e devo dire che è stata una rivelazione: un libro affascinante e inquietante al tempo stesso che secondo me tutti dovrebbero leggere perché è una tessera importante, forse almeno per adesso la più importante, di un antico e ampio mosaico che Fasanella, insieme a Mario José Cereghino, grazie alle fonti storiche originali rinvenute tra i fascicoli recentemente desecretati e custoditi negli archivi nazionali inglesi di Kew Gardens, sta riportando alla luce, poco alla volta, libro dopo libro, svelando la reale natura e portata delle mire e delle azioni della Gran Bretagna, prima potenza del mondo fino alla seconda guerra mondiale, nei confronti dell’Italia.

A chi ha la mia età, quando era giovane, la Gran Bretagna appariva come il Paese dei Beatles, Piccadilly Circus, Hyde Park, Mary Quant, la minigonna, 007, le ragazze emancipate, i fish & chips, le file ordinate davanti ai musei e alle fermate degli autobus, insomma un esempio di civiltà, democrazia e libertà che se d’estate avevi la fortuna di fare un viaggio a Londra ti inebriava e ti faceva sentire veramente cittadino del mondo: un mondo, quello inglese, già allora globalizzato, multietnico e che traeva la sua solidità e il suo potere da antiche tradizioni di giustizia custodite da una monarchia illuminata e liberale.

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Ebbene mi ha fatto impressione oggi ricordare quelle sensazioni dopo aver letto “Colonia Italia” e avendo quindi appreso quel che accadeva realmente negli uffici del Foreign Office e degli altri ministeri londinesi proprio mentre io, ragazzino italiano poco più che adolescente, visitavo il British Museum o me ne andavo a spasso per Londra a guardare le vetrine di Carnaby Street.

Fa anche impressione scoprire come proprio in quel periodo, in cui il peso internazionale della Gran Bretagna stava ormai declinando rapidamente, l’Italia fosse diventata per essa una specie di ossessione in quanto ultimo baluardo ma al tempo stesso minaccia crescente per la difesa di interessi britannici, divenuti all’epoca vitali, in aree strategiche come il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Africa del Nord. Interessi tanto importanti e vitali da spingere i vari governi londinesi del tempo a esercitare nei confronti dell’Italia tutto il freddo cinismo di cui erano capaci.

A questo punto qualcuno potrebbe storcere il naso e accusare Fasanella di nutrire pregiudizi personali nei confronti della Gran Bretagna e fornirne quindi un’immagine distorta e lontana dalla realtà. Invece l’autore si attiene scrupolosamente a quanto riportato dai documenti rinvenuti negli archivi nazionali di Kew Gardens e quando a proposito di tre distinti eventi lascia trasparire proprie ipotesi mette in guardia il lettore affermando che non è provata l’esistenza di un nesso di causa-effetto tra i fatti ricavati dagli archivi su determinate circostanze e quanto effettivamente accaduto in Italia in relazione a quelle stesse circostanze.

I documenti desecretati e le parti oscurate

Tanto per fornire un esempio concreto di quanto sto dicendo… un documento riservato dell’Information Research Department (Ird), cioè il dipartimento del Foreign Office che si occupava di fornire materiali di propaganda occulta alla stampa italiana per influenzarla e indirizzarne le posizioni, afferma: «Le armi da noi fornite hanno ormai un effetto pari a quello prodotto da una pallina di ping pong scagliata contro Golia. Se vogliamo raggiungere qualche risultato dobbiamo usare altri metodi, e sta a noi architettarli. Al contempo – aggiunge il documento – dobbiamo essere certi che l’ambasciatore britannico [a Roma] e i funzionari di alto rango della legazione accolgano la tesi secondo la quale noi siamo giustificati a fare di più».

Insomma una specie di chiamata alle crociate del tipo: «Dio lo vuole».

Nonostante la desecretazione della nota i successivi due terzi della pagina sono stati oscurati dai censori e quindi non è noto in cosa consistesse il «di più» di cui vi si parla. Senonché il documento dell’Ird è dell’inizio del 1969 e nel dicembre dello stesso anno a Milano scoppia la bomba nella filiale della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana ma, come rilevato sopra, Fasanella fa un’avvertenza al lettore affermando: «Certo, non si può stabilire un rapporto diretto di causa-effetto tra la proposta di Colin MacLaren [l’autore del documento] e l’ondata di violenza politica che investe l’Italia proprio a partire dal 1969, l’anno della strage di Piazza Fontana, e che culminerà nel 1978 con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro».

Qui non voglio però fare un riassunto del libro, ricco di fatti e retroscena che tutti dovrebbero conoscere per meglio comprendere la storia italiana degli ultimi decenni o anche solo per capire quanto, a volte, l’apparenza sia clamorosamente ingannevole, ma voglio solo riferire alcune mie impressioni e riflessioni che riporto di seguito.

L’interesse della Gran Bretagna per l’Italia

Che l’interesse della Gran Bretagna nei confronti del nostro Paese risalisse indietro fino all’epoca del Risorgimento e che essa avesse svolto un ruolo di primo piano nell’unificazione e nella nascita del Regno d’Italia mi era noto fin dai tempi della scuola così come i motivi di tale interesse, da ricercare nel tentativo di contenimento dell’espansionismo francese nel Mediterraneo e perfino di quello russo, attraverso i porti sul Mar Nero, nonché di quello tedesco nel Nord Africa e di eventuali pressioni sul Medio Oriente.

Quel che però non immaginavo è che tale interesse non solo fosse durato così a lungo ma, a distanza di oltre un secolo, fosse diventato di importanza addirittura vitale per la Gran Bretagna con l’accresciuto ruolo del petrolio e il rapido progredire della decadenza dell’impero coloniale fino a spingerla ad «architettare altri metodi per fare di più», un «di più» oscuro e inquietante tanto da pianificare addirittura nel 1976 l’organizzazione di un colpo di Stato, accantonato però a favore di altri piani il cui fascicolo conservato a Kew Gardens e ancora coperto da segreto è intitolato: “Azione a sostegno di una diversa azione sovversiva”!

Il diverso atteggiamento di Usa e Regno Unito

Sempre per quelli della mia età, negli anni ’60 e ’70 “i cattivi”, quelli che tramavano nell’ombra, erano gli americani, scritto con la lettera K, un presidente dei quali si chiamava Nixon, scritto con la svastica al posto della X. Fa quindi impressione, leggendo le numerose citazioni dei documenti inglesi desecretati e conservati negli archivi di Kew Gardens, vedere quanto spesso e con quanta protervia venissero indicati «gli interessi britannici» da salvaguardare a qualunque costo contro chiunque e quanto spesso quel chiunque si sia trovata a essere l’Italia. Un’Italia trattata dalla Gran Bretagna appunto come una “colonia”, vuoi perché considerata una propria creatura fin dall’unificazione e costituzione del regno, vuoi perché Paese sconfitto durante la seconda guerra mondiale e trattato come un protettorato nell’area di influenza di Londra, vuoi perché ritenuta una nazione fatta di persone superficiali che «vogliono vino e spaghetti e sognano Hollywood».

Del resto la diversità di approccio tra Usa e Regno Unito è sottolineata dallo stesso Fasanella, il quale fa rilevare come gli americani si preoccupassero più di combattere il comunismo in generale mentre gli inglesi badassero soprattutto a proteggere i propri interessi nazionali da chiunque e da qualsiasi tipo di minaccia.

Già nel 1940, alla vigilia della dichiarazione italiana di guerra, Churchill aveva ordinato: «Contro l’Italia ogni stratagemma propagandistico e sovversivo». Figurarsi i suoi successori, di fronte alle iniziative e agli accordi di Enrico Mattei sul petrolio con i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa o, dopo la sua morte e dopo la presa del potere da parte di Gheddafi nel 1969, di fronte agli accordi dell’Eni con la Libia conclusi addirittura con il beneplacito degli americani.

A proposito di Gheddafi non mi pare che Fasanella parli dell’espulsione degli italiani e della istituzione della “Giornata della vendetta”, che in realtà non compromisero più di tanto gli accordi industriali tra la Libia e l’Eni, ma sottolinea come l’ente petrolifero italiano andò acquistando un ruolo sempre maggiore nel Paese nordafricano a discapito della presenza e degli interessi britannici e come la cosa fece uscire dai gangheri gli inglesi che proprio in quell’occasione, nel 1969, decisero di «architettare altri metodi» per fare quel famoso «di più».

E figurarsi come dovettero sentirsi pochi anni dopo alla vigilia del quasi compromesso storico tra Moro e Berlinguer quando nel 1976, constatata l’inefficacia della «pallina da ping pong scagliata contro Golia» e forse anche quella degli «altri metodi», iniziarono a lavorare alla «azione a sostegno di una diversa azione sovversiva».

Insomma, soprattutto per chi non avesse già letto “Il puzzle Moro”, scoprire gli inglesi più “cattivi”, cinici e determinati degli americani può risultare una sorpresa di non poco conto.

A proposito del compromesso storico

A proposito del compromesso storico, nella lettura del libro mi ha molto incuriosito l’iperattivismo britannico, fino a farmi chiedere se da parte dell’intelligence di Londra non vi possa essere stato un qualche errore di valutazione e di comportamento: oltre al brano in cui si parla dell’«azione a sostegno di una diversa azione sovversiva» mi ha colpito molto quello in cui si fa riferimento a una specie di sondaggio del Cremlino da parte della diplomazia britannica sulla ipotesi di «compromesso storico» in Italia.

In sostanza, prima di assumere iniziative concrete, gli inglesi vogliono conoscere il punto di vista dei russi e l’ambasciatore britannico a Mosca viene incaricato di sondare discretamente il Cremlino. La risposta – riferisce Fasanella con alcuni virgolettati – arriva a Londra il 22 aprile 1976, ed è che l’eventuale ingresso del Pci nel governo «metterebbe in difficoltà la Russia». I motivi sono il rischio che «il successo delle tattiche pluraliste in Italia potrebbe un giorno infettare l’Europa dell’Est […] indebolendo in tal modo il controllo sovietico sul movimento comunista internazionale».

Insomma, sia pure partendo da punti di vista diversi, le posizioni russa e britannica circa il compromesso storico in Italia sono coincidenti. A ciò si aggiunga la posizione americana manifestata chiaramente oltre un anno prima, quando il 5 novembre 1974 in un incontro a Washington il segretario di Stato Usa, Henry Kissinger, disse ad Aldo Moro, all’epoca nostro ministro degli Esteri: «O lei cessa la sua tattica politica oppure la pagherà a caro prezzo» [v. Il Puzzle Moro].

E il mio dubbio, anzi i miei dubbi, sono quindi i seguenti: era giustificato tanto attivismo da parte della Gran Bretagna? Non le sarebbe convenuto mantenersi in una posizione più defilata lasciando a Usa e Urss il compito di risolvere il problema, magari intervenendo gli uni sulla Dc e l’altra sul Pci? A quale livello di attuazione arrivarono da parte britannica gli «altri metodi» per «fare di più» e/o «l’azione a sostegno di una diversa azione sovversiva»?

Ma su questi temi, come ci racconta Fasanella, un documento sebbene desecretato è stato parzialmente oscurato dai censori e un intero fascicolo risulta ancora «coperto da impenetrabile segreto», sicché non ci resta che aspettare e augurare a lui e a Cereghino buon e proficuo lavoro per le loro ulteriori ricerche.

L’atteggiamento della stampa italiana

Un’altra cosa che mi ha colpito molto è stata l’atteggiamento della stampa italiana, già prima della prima guerra mondiale, nei confronti delle lusinghe inglesi e la domanda che per prima mi è venuta in mente è il perché di tanto e tanto facile e profondo asservimento di molte grandi firme del nostro giornalismo ai desiderata di Londra.

Tralasciando il fascino che la competenza e la tradizione della stampa anglosassone possa aver esercitato già tra la fine dell’800 e l’inizio del’900 sui giornalisti europei in generale e non solo su quelli italiani, questi ultimi, specialmente negli anni a partire dal secondo dopoguerra, mi appaiono affetti da un misto di esterofilia, snobismo, provincialismo e forti ambizioni personali, non so se solo politiche, professionali, di status o anche, forse, di carattere più materiale… tanto da rinunciare a qualsiasi analisi oggettiva e un po’ più approfondita degli interessi italiani e al punto di sposare acriticamente le posizioni britanniche pur di essere ammessi in determinati ambienti, circoli, élite da cui trarre prestigio e benefici personali, forse anche facendosi concorrenza tra loro!

Chi ricorda il personaggio di Nino Manfredi nel film “Pane e cioccolata” che, con i capelli tinti di biondo, assiste in un locale pubblico a una partita di calcio tra l’Italia e la Germania fingendo di fare il tifo per quest’ultima? Ebbene, l’impressione che ho avuto leggendo il libro è che a questi giornalisti sia mancato quel sussulto d’orgoglio che alla fine della sequenza cinematografica porta il personaggio di Manfredi a rivelarsi italiano ed esultare per il goal segnato dall’Italia.

Tralasciando la finzione scenica e volendo fare un esempio concreto mi viene in mente Montanelli, che non ho mai amato molto a partire dal suo modo altezzoso e un po’ borioso di porsi. Montanelli, secondo me in alcuni casi anche arrampicandosi un po’ sugli specchi pur di compiacere gli inglesi e sentirsi un loro pari, non esitò a sparare a zero su Mattei con una inchiesta in cinque puntate proprio a poche settimane dall’attentato in cui il presidente dell’Eni perse la vita, evidenziando tutti i potenziali rischi derivanti alla Corona britannica dal suo operato e tacendo invece gli evidenti benefici che dall’operato di Mattei erano derivati e stavano derivando all’Italia e al popolo italiano.

Del resto tanta e tanto forte era la pressione della Gran Bretagna sulla rinascente stampa “libera” italiana nel secondo dopoguerra che il modo di vedere e di agire dell’intelligence inglese causò anche qualche diffidenza o attrito con quella americana, ritenuta dagli inglesi non altrettanto efficiente e anzi capace di causare qualche danno!

Il ruolo del cardinal Montini, futuro San Paolo VI

Racconta Fasanella nel suo libro che in quello stesso periodo il cardinal Montini fu sottosegretario di Stato della Santa Sede con delega all’intelligence: in sostanza il responsabile dei servizi segreti del Vaticano. Ebbene, qualcuno doveva pur farlo e trovo quindi nulla di male che a farlo fosse il ministro degli Esteri del pontefice in carica e a sua volta futuro papa Paolo VI, solo che mi fa un certo effetto immaginare uno 007… santo!

Come dimostrano alcuni documenti citati nel libro, il suo ruolo nell’incarico fu tutt’altro che secondario: in un telegramma americano datato 15 ottobre 1945 si legge: «Su istruzione del papa, monsignor Montini ha convocato Alcide De Gasperi per comunicargli le ultime direttive papali e le vedute della Santa Sede sui rapporti tra la Dc e l’esapartito del Cln [Comitato di liberazione nazionale]. De Gasperi ha accolto con un certo dispiacere tali nuove direttive, che contrastano con l’attività da lui svolta fino a questo momento. Tuttavia ha dichiarato di voler obbedire ciecamente al pontefice».

Altre istruzioni rigorose impartite da monsignor Montini a De Gasperi su incarico di papa Pio XII riguardano sia la Dc, che «dovrà spostarsi, impercettibilmente ma costantemente, verso destra e prepararsi a nuovi sviluppi politici», sia De Gasperi in persona, il quale «dovrà preparare un piano per controllare al meglio l’ala sinistra della Dc».

C’è poi una nota del 17 dicembre 1945 che il pontefice avrebbe non semplicemente affidato a monsignor Montini ma proprio concordata con lui, nella quale si comunica allo stesso De Gasperi che egli «avrà piena libertà di azione nella Dc e si assumerà tutte le responsabilità dei suoi atti. Ma se i risultati dovessero essere negativi verrebbe rimpiazzato alla prima occasione».

Beh, non so a voi ma a me ha destato una certa curiosità scoprire che papa Paolo VI, proclamato santo il 14 ottobre 2018, nel primissimo dopoguerra impartiva precise istruzioni al capo del governo italiano su cosa dovesse fare o non fare ed eventualmente come farlo.

L’ingenuità degli italiani

Sebbene nel libro non sia esplicitamente evidenziato, fa inoltre impressione, ancora oggi, l’atteggiamento ingenuo di gran parte del popolo italiano, incline a credere tutto o quasi tutto e poco avvezzo a verificare, comparare, approfondire e farsi un’opinione propria o, se se la fa, il più delle volte se la fa in modo superficiale e approssimativo, scadendo spesso nel complottismo (non si spiegherebbe del resto in altro modo il forte e ultrasecolare impegno di Londra nell’influenzare e manipolare la stampa italiana). 

Ma se è vero che ciò è frutto di un circolo vizioso, perché una concausa importante di tale situazione è la politica scadente che abbiamo in Italia e in Italia la politica è scadente perché il popolo governato in modo scadente elegge politici scadenti e, alla fine, con questa specie di serpente che si morde la coda, il più del tempo ci ritroviamo ad avere il governo che ci meritiamo… quando parliamo di giornalismo la cosa è ben diversa e le responsabilità sono ben più chiaramente individuabili e ben più gravi: la maggior parte dei giornalisti citati nel libro nell’arco di più di un secolo non era certo formata da degli sprovveduti; al contrario essi erano tutti, o quasi tutti, professionisti di prim’ordine. Solo che alla fine, per ambizione, snobismo o ricerca di status, la loro professione non l’hanno esercitata come andava esercitata assumendosi quindi grosse responsabilità per le quali il Paese ha pagato e ancora sta pagando un prezzo molto alto.

Conclusione

In conclusione, questo libro lo devono leggere tutti e specialmente i giovani! Secondo me ne andrebbe fatta anche un’edizione più diretta e sintetica a beneficio dei venti/venticinquenni di oggi. Un’edizione che sia in grado di catturare il loro interesse fin dalle prime pagine: io ho quasi settant’anni, un po’ di cose antiche le conoscevo già, altre più recenti le ho vissute e le ricordo bene ma ho letto comunque tutto con piacere… scoprendo retroscena che non immaginavo!

Penso però a un gran numero di ragazzi ai quali giornalisti e giornali degli albori della stampa italiana dicono nulla, ragazzi che ignorano la differenza tra Triplice Alleanza e Triplice Intesa, ragazzi che, come John Belushi in “Animal House”, pensano magari che a bombardare Pearl Harbor siano stati i tedeschi, ragazzi che della politica e dei partiti italiani del dopoguerra sanno a malapena da Berlusconi e Forza Italia in su, ragazzi di oggi uomini di domani ai quali sarebbe bene far conoscere tutto ciò che Fasanella e Cereghino hanno scoperto nel corso delle loro ricerche e per coinvolgerli e appassionarli credo appunto che sarebbe utile partire con una specie di Bignami da poter poi approfondire con gli altri bei testi che i due autori hanno pubblicato e continuano a pubblicare.

È solo una mia impressione/suggerimento a caldo e spero che Fasanella e Cereghino non se ne abbiano a male.

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Achille Nobiloni
Achille Nobiloni
Nato a Frascati (Roma) nel 1952. Giornalista pubblicista. Dieci anni corrispondente del Messaggero dalla provincia; quindici anni redattore dell'agenzia Staffetta Quotidiana Petrolifera, venti anni dirigente d'azienda in Agip Petroli e in Eni nella direzione Relazioni Esterne e Rapporti Istituzionali. Attualmente in pensione, appassionato di storia locale e arte.
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