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La “barriera etica”, prima che sugli algoritmi, imponiamocela noi umani

La vicenda della piccola Indi Gregory, “condannata a morte” dalla giustizia britannica perché “nata imperfetta”, pone serie questioni etiche

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Nelle scorse ore, nella “perfida Albione”, si è tenuto come tutti ormai sanno il summit sull’intelligenza artificiale. Presenti molti capi di governo, tra cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Presenti anche Sam Altman, considerato il padre di ChatGpt, ed Elon Musk.

Nelle stesse ore in cui i capi di molte nazioni firmano quello che viene definito un accordo fondamentale per il futuro dell’essere umano e della società, nella stessa città, Londra, un giudice decide che la piccola Indi Gregory, di solo otto mesi, venga condannata a morte. Eh sì, avete capito bene. La bambina ha soltanto otto mesi, ma è affetta da una patologia mitocondriale giudicata incurabile ed è ricoverata al Queen Medical Center di Nottingham.

Ebbene, proprio nella giornata di ieri un giudice dell’Alta Corte ha negato ai genitori il permesso di trasferire la loro bimba in Italia, dove l’ospedale Bambino Gesù di Roma si era offerto di seguirla e di prestarle «cure specialistiche». Nella motivazione si legge che, poiché la vita della bambina difficilmente sarebbe mai uguale a quella degli altri bambini e c’è la possibilità (badate bene: si parla di possibilità, non di certezza) che la vita della stessa sarebbe costellata di  sofferenza, allora meglio mettere fine subito alla sua esistenza terrena.

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No, non è una battuta mal riuscita o uno scherzo di Halloween fuori tempo massimo. È ciò che si legge nelle sentenza dei giudici dell’Alta Corte di Londra, che hanno negato ai genitori di Indi Gregory la possibilità di portare la figlia all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma per continuare a mantenerla in vita tramite il supporto delle macchine ed evitare che invece venga “staccata la spina”, secondo l’intenzione dei camici bianchi britannici.

Questa sentenza agghiacciante, nei fatti, ripristina la “rupe di Sparta”: se non sei perfetto non meriti di vivere, quindi ti elimino subito affinché tu non sia un peso per te stesso e, ancor più, per la società. La sentenza lascia ancora più scioccato il lettore proprio per il tempo e il luogo in cui avviene, ovvero a Londra, nelle stesse ore in cui si dibatte di intelligenza artificiale e futuro dell’umanità.

Delle due l’una: se davvero la scienza e la tecnologia stanno facendo passi da gigante, come si può condannare a morte (cosa che sarebbe inaccettabile anche con un diverso grado di evoluzione tecnologica, sia chiaro) una creatura di 8 mesi con la sola “colpa” di essere nata non perfetta? Siamo quindi certi che la tecnologia non potrà mai darle aiuto e quindi la “abbattiamo” subito? E questi passi da gigante dove sono?

E, ancora, visto che l’intelligenza artificiale è come sappiamo fondata su un database di informazioni che vengono date da noi esseri umani, e a breve molte professioni come quelle del giudice verrano soppiantate dalla stessa, che input vogliamo che abbia in un caso di questo genere? Che se un essere umano che nasce non perfetto merita la morte senza appello? Siamo al punto che sia questo ciò che vorremmo decidesse l’algoritmo?

Beh, per fare una missione con un grado di civiltà superiore a quella di stringere le mani agli altri premier, la nostra  presidente Meloni anziché mettere l’IA al centro dell’agenda del G7 italiano avrebbe dovuto (da donna, e madre per di più, oltre che presidente) fare di quella di Indi la sua lotta e battersi affinché potesse venire in Italia, dove una speranza c’è. Perché prima di parlare di mettere una doverosa  “barriera etica” agli algoritmi bisognerebbe imporla anche agli esseri umani.

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Lorenza Morello
Lorenza Morellohttps://lorenzamorello.it/
Giurista d'impresa e presidente nazionale Apm (Avvocati per la mediazione), si occupa di aziende, internazionalizzazione e ristrutturazione del debito e ritiene da decenni che la sua “missione” sia quella di rendere il diritto più comprensibile a tutti. Aiuta le aziende e le persone a prevenire il conflitto anziché venirne travolte. Laurea in giurisprudenza a Torino, 110 magna cum laude e premio Bruno Caccia, ha studiato a Oxford, Strasburgo, Oldenburg, Atene e Montreal. Autrice di molteplici pubblicazioni (tra le ultime "No taxation without representation") è nota nel mondo radiofonico e televisivo in Italia e all'estero anche grazie al suo ruolo di consulente di “Casa Italia”, su Rai Italia, in cui risponde ai quesiti e ai dubbi degli italiani nel mondo.
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