22.8 C
Roma
venerdì 17 Settembre 2021
spot_img
spot_img

Giornale di attualità, opinioni e cronache dall'Italia e dal mondo

HomeAttualitàAfghanistan: se la democrazia non è negli interessi dell'Occidente

Afghanistan: se la democrazia non è negli interessi dell’Occidente

Se, oltre a contrastare realmente il traffico clandestino di armi, con una frazione dei soldi spesi in tutti questi anni per portare eserciti e guerra in Afghanistan si fosse pensato a finanziare scuole, ospedali, infrastrutture, polizia e istituzioni democratiche, non vivremmo questo incubo, che pesa sulla coscienza del “cosiddetto” mondo civile

- Pubblicità -

«La nostra missione in Afghanistan non è mai stata pensata per costruire una nazione [..] La scelta che avevo era proseguire l’accordo negoziato da Donald Trump con i talebani o tornare a combattere». Così oggi l’Ansa ha riportato le parole del presidente Usa Joe Biden, dopo il ritorno al potere dei talebani al termine di un’avanzata-lampo. Avanzata che solo pochi giorni fa, rispondendo alla domanda di un giornalista, lo stesso Biden riteneva improbabile, perché sarebbe stata fermata dall’esercito afgano, adeguatamente addestrato dagli occidentali (a suo parere) durante gli anni di presenza militare nel Paese.

Il velo pietoso è vergognosamente caduto. La missione di “esportazione della democrazia” delle potenze occidentali in Afghanistan non ha mai inteso costruire una nazione: aiutando quindi economicamente quel popolo a costruire infrastrutture, scuole, ospedali, istituzioni democratiche autonome, con una polizia e un esercito di popolo in grado di difenderle. Come invece (se studiamo la storia ma soprattutto ne impariamo le lezioni) è successo dopo la Seconda Guerra Mondiale in Europa. Italia compresa.

A che cosa sono serviti, allora, ben 20 anni (vent’anni!) di presenza militare degli eserciti più potenti al mondo?

- Pubblicità -

Che fosse semplicemente un’occupazione militare utile solo per il controllo dello scacchiere asiatico l’avevamo detto in tanti fin dall’inizio. Ricordo bene le “lezioni di politica internazionale” che abbiamo dovuto subire da parte dei “grandi strateghi” della “lotta al terrorismo”.

E chi erano i “terroristi”? Quelli con cui noi occidentali abbiamo sempre fatto accordi e affari economici: che si trattasse di armarli per combattere i sovietici o semplicemente per fare soldi vendendo loro ininterrottamente quelle armi che sono servite sempre a massacrare quel popolo in nome del quale non abbiamo mai inteso “costruire una nazione”.

C’è solo una cosa peggiore del portare scriteriatamente la guerra in mezzo a un popolo che avrebbe avuto invece bisogno di sostegno economico e politico: fuggire vigliaccamente lasciando quel popolo in balia di bande criminali. Fuga ancor più vigliacca perché ci si è accorti (solo ora?) che si spendeva troppo per mantenere lì degli eserciti, che oltretutto non sono mai serviti a permettere a quel popolo di poter creare autonomamente una democrazia forte.

Se, oltre a contrastare realmente il traffico clandestino di armi, con una frazione dei soldi spesi in tutti questi anni per portare eserciti e guerra in Afghanistan si fosse pensato a finanziare scuole, ospedali, infrastrutture, polizia e istituzioni democratiche, non vivremmo questo incubo, che pesa sulla coscienza del “cosiddetto” mondo civile.

Riprendere il controllo di una nazione, dopo 20 anni, in pochi giorni non è cosa casuale: si prepara con le armi e con gli accordi politici, come quelli negoziati dall’amministrazione Trump e proseguiti da quella Biden. Che sono tornate a ritenere partner di trattative i talebani (mai disarmati interrompendo i traffici mondiali di armi gestiti dai Paesi occidentali “democratici”).

Più che democrazia, insomma, abitualmente esportiamo armi.

- Pubblicità -
Massimo Marcianohttp://www.massimomarciano.it
Fondatore e direttore di Metropoli.online. Giornalista professionista, youtuber, presidente e docente dell'Università Popolare dei Castelli Romani (Ente accreditato per la formazione professionale continua dei giornalisti), eletto più volte negli anni per rappresentare i colleghi in sindacato, Ordine e Istituto di previdenza dei giornalisti. Romano di nascita (nel 1963), ciociaro di origine, residente da sempre nei Castelli Romani, appassionato viaggiatore per città, borghi, colline, laghi, monti e mari d'Italia, attento osservatore del mondo (e, quando tempo e soldi lo permettono, anche turista). La passione per la scrittura è nata con i temi in classe al liceo e non riesce a distrarmi da questo mondo neanche una donna, tranne mia figlia.
- Pubblicità -

Primo Piano