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Per la scuola gli esami non finiscono mai

La pandemia ha rivoluzionato la didattica e posto seri problemi ai giovani. Le sfide da affrontare: ne parla Cristina Costarelli, vicepresidente dell'Associazione nazionale Presidi del Lazio

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Uno dei temi più “caldi” nel periodo della pandemia è stato fin dall’inizio e continua ad essere la scuola. Tanti i motivi per cui la crisi sanitaria ha avuto pesanti conseguenze sulla scuola: il suo ruolo di primo momento di aggregazione sociale per i giovani, la necessità di trovare forme adeguate e accessibili a tutti per assicurare la continuità didattica, il peso della gestione del trittico casa-lavoro-figli maggiorato in occasione delle chiusure degli istituti scolastici che è gravato sulle famiglie, e in modo particolare sulle donne lavoratrici, una responsabilità educativa degli insegnanti ancora maggiore, a fronte di risorse economiche e materiali sempre più limitate…

Temi che ben conosce chi ha trascorso una vita impegnandosi nella scuola e per la scuola. Come Cristina Costarelli, vicepresidente dell’Associazione nazionale Presidi (Anp) del Lazio e dirigente scolastico, a Roma, del Liceo scientifico Isacco Newton al quartiere Esquilino, uno dei più noti istituti della Capitale. Relatrice in importanti convegni sia nazionali sia internazionali, dal 2018 è impegnata in attività di formazione per Dirscuola, Anp Roma e Lazio, Eni scuola.

Nel liceo che dirige, inoltre, si trova ora nel ruolo di capofila di una sperimentazione didattica innovativa, destinata a tracciare la strada per la scuola del futuro. Si tratta del modello Dada, acronimo che sta a significare Didattiche per ambienti di apprendimento.

Cristina Costarelli
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La scuola potrebbe essere definita come l’ambiente sociale per eccellenza: è il primo impatto che fin da bambini si ha con la socialità e può dare un’impronta importante allo sviluppo delle abitudini sociali nell’adolescenza.

La pandemia ha imposto pesanti restrizioni a tutte le attività umane. Si parla spesso, giustamente, delle conseguenze per il lavoro e le attività economiche. Ma quelle per la scuola e i giovani?

«Gli impatti della pandemia sul rapporto scuola e giovani si vedono a diversi livelli. In primis sul piano delle modalità di vivere la scuola: dallo scorso settembre la scuola va da sé che non è più un luogo di serenità. Adulti e giovani vivono in uno stato perenne di costrizione, di preoccupazione, attenzione alle misure di prevenzione, che è giusto rispettare ma è innegabile che abbiano tolto alla quotidianità scolastica spontaneità di azione. Poi, l’emergenza Covid ha influito non poco sugli apprendimenti e le programmazioni (aspetti che si possono recuperare, ma serve una pianificazione di dettaglio), sulla perdita in termini di relazioni degli studenti con i pari e gli insegnanti, di empatia. E questo a fronte di una maturazione importante per aspetti di competenza da parte di molti di loro. Non da ultimo, i docenti hanno dovuto reinventare il modo di insegnare. Quindi l’approccio veloce al mondo del digitale, la rimodulazione di programmazioni e di impostazione della didattica, il differente modo di riferirsi agli alunni e alle famiglie».

Quali risvolti, dal punto di vista psicologico e della maturità emotiva dei giovani, possono avere la pandemia e la didattica a distanza?

«Gli ambiti psicologici ed emotivi sono quelli maggiormente colpiti. I ragazzi stanno mostrando importanti disagi per situazioni di isolamento, depressione, ansia da prestazione e non solo. Diversi di loro non trovano più il coraggio e la forza di rientrare a scuola. Sono in aumento i casi di interruzione della frequenza».

Come vivono gli insegnanti questo momento particolare?

«Con estrema fatica proprio per il ripensare il modo di fare scuola e nell’avere riscontri fattivi da parte degli allievi. È un po’ come essere sospesi. Parecchi stanno vivendo in una condizione di burn-out diffuso, con alti e bassi soprattutto perché rispetto al grande impegno profuso non registrano spesso riscontri soddisfacenti».

Lei ha avuto diverse esperienze in progetti per la didattica. Spesso famiglie e opinione pubblica non conoscono il grande lavoro di ricerca e sperimentazione che c’è alle spalle della didattica. Ci può dare qualche cenno su alcune di queste esperienze?

«Nella mia personale esperienza, sia da docente sia da dirigente scolastico, ho trovato quasi sempre, fortunatamente, situazioni in cui il mio lavoro è stato apprezzato. Conosco situazioni non altrettanto positive. Si può dire che, di fondo, le cose non funzionano quando non si riesce ad instaurare un rapporto di fiducia e di comunicazione aperta e chiara: la scuola deve con fermezza dichiarare il proprio ruolo e le proprie competenze in materia didattica, che nessuno può mettere in discussione dall’esterno, e lasciare ai genitori il corretto spazio di contributo, entro precisi limiti. È fondamentale. Rispetto all’opinione pubblica, inoltre, il lavoro di “riabilitazione” della scuola è lungo e richiede tempi ampi, ma se non viene supportato da volontà politica ed istituzionale è destinato, senza dubbio, a non avere successo».

Il progetto da lei recentemente promosso, “Lo specchio di Biancaneve”, affronta una tematica molto attuale ed entra nel merito di modelli culturali e comportamentali alla base di una discriminazione di genere che appare diffusa in vari aspetti della nostra quotidianità. Ci può illustrare il progetto? E quali sono i risultati che sta raccogliendo?

«È un progetto di caratura nazionale realizzato da Dirscuola (ente di formazione riconosciuto dal Ministero dell’Istruzione), in risposta al bando del 2018 del Dipartimento sulle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri indirizzato al finanziamento di progetti volti alla prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne anche in attuazione della convenzione di Istanbul. Vi partecipano 12 scuole superiori di diversi indirizzi di studio (licei, istituti tecnici, professionali) ed è work in progress. La fascia d’età a cui l’azione progettuale è destinata è quella degli studenti tra i 17 e i 19 anni (quarto e quinto anno delle superiori). È un progetto impostato sulla rilettura del modelli culturali del Novecento, espressi nei vari linguaggi, nonché dei fenomeni politici e sociali che interessano questo periodo storico. Dalle risposte dei ragazzi emerge il come siano profondamente consapevoli della gravità della questione e di quanto sia necessario rivedere, fino ad eliminare, gli stereotipi educativi che condizionano la formazione delle giovani generazioni. E per questo serve una forte alleanza generazionale, reale, nella quale gli educatori siano i primi a sostenere i ragazzi verso un futuro di effettiva parità».

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Massimo Marciano
Massimo Marcianohttp://www.massimomarciano.it
Fondatore e direttore di Metropoli.online. Giornalista professionista, youtuber, presidente e docente dell'Università Popolare dei Castelli Romani (Ente accreditato per la formazione professionale continua dei giornalisti), eletto più volte negli anni per rappresentare i colleghi in sindacato, Ordine e Istituto di previdenza dei giornalisti. Romano di nascita (nel 1963), ciociaro di origine, residente da sempre nei Castelli Romani, appassionato viaggiatore per città, borghi, colline, laghi, monti e mari d'Italia, attento osservatore del mondo (e, quando tempo e soldi lo permettono, anche turista). La passione per la scrittura è nata con i temi in classe al liceo e non riesce a distrarmi da questo mondo neanche una donna, tranne mia figlia.
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