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venerdì 17 Settembre 2021
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Chi ha paura del reddito di cittadinanza

Da noi, la patria dell'umanesimo, la culla della civiltà, se sei povero è perché non hai voglia di lavorare: è francamente inaccettabile

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Ci sono argomenti su cui dovrebbe prevalere il senso di appartenenza all’umanità prima di ogni altra cosa. Lo so, suona retorico di questi tempi ma è una bussola che non dobbiamo perdere, che non possiamo permetterci di perdere. Vivere è uno di questi argomenti e il reddito di cittadinanza è uno strumento che permette a chi è sull’orlo del baratro di avere un domani. Sarebbe facile sommergere il lettore di cifre e dati che lo dimostrano, ma proviamo invece, con umiltà, a restare nel campo dell’umanesimo, qualcosa che la generazione politica di tecnocrati che ha preso l’avvento da un decennio a questa parte non riesce proprio a capire.

Anche per ignoranza, bisogna dirlo, perché quando si compara una vita umana al suo costo economico, in una società che si ritiene evoluta deve prevalere sempre la vita umana. Se ci sconvolgiamo, giustamente, per lo 0,002% di persone che hanno avuto reazioni avverse, in rarissimi casi mortali, al vaccino contro il covid, è proprio perché abbiamo a cuore l’umanità nel suo complesso. Perché questo principio allora viene messo in discussione quando parliamo di un argomento così vitale come unire il pranzo con la cena, che ormai riguarda, secondo l’ultimo rapporto Istat, il 9,4% degli italiani?

Perché alza il prezzo del costo del lavoro, ci spiegano gli economisti, i tecnocrati appunto, e i politici: non solo quelli più vicini al liberismo e alla destra, va detto, ci cascano perché subordinano il principio fondamentale della vita a un grafico di bilancio che tende sempre verso il basso. A proposito: ma non sarà che le aziende vanno in crisi, anziché per il costo del lavoro, perché i loro dirigenti sbagliano negli investimenti che fanno e su come vendere i prodotti che producono?

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Sarebbe interessante verificare caso per caso, con la stessa feroce tenacia con cui la stampa, per un singolo camorrista o spacciatore o delinquente che è riuscito ad aggirare il sistema appropriandosi del reddito di cittadinanza, attacca l’unico ammortizzatore sociale che negli ultimi tre anni, con in mezzo la devastazione sociale ed economica portata dal covid, ha permesso anche ai piccoli imprenditori caduti in disgrazia di non morire di fame. Anche perché il RdC medio si aggira sui 5/600 euro: se la tua impresa fallisce a causa di stipendi di poco superiori a quell’ordine di grandezza, forse non dovresti fare l’imprenditore, ma devi tornare a studiare matematica alle elementari per risparmiarti la fatica di un fallimento annunciato in partenza.

La dignità. Altro argomento retorico per il quale non bisogna preoccuparsi di sembrare antichi, perché è la più contemporanea delle polemiche da portare avanti. Restituire la dignità alle persone è l’altro effetto, dopo i tre pasti giornalieri, prodotto dal RdC. Ma cos’è? È la possibilità di non sottostare a ricatti. Leggiamo tutti in questi giorni i lamenti di questi bei tipi che pagano 700 euro per 12 ore di lavoro al giorno nei campi o negli stabilimenti balneari o negli hotel. Poi apprendiamo, a voler dar credito, fino a prova contraria, a quanto riportano inchieste giornalistiche, di lussuosi hotel, famosi stabilimenti che pagano poche centinaia di euro a fronte di ricavi milionari.

È forse dignitoso per lo Stato non riscuotere ciò che gli è dovuto? E sempre a proposito di dignità, chiedo a te che stai leggendo, che hai pagato tutte le tasse dovute, da quella sul reddito alla mondezza e al bollo auto, che non scappi al controllo perché sei lavoratore dipendente e la trattenuta è alla fonte: non ti senti preso in giro quando appare in tv un tizio arrogante che si lamenta perché i “gggggiovani” a causa del reddito di cittadinanza non accettano 2 euro di paga l’ora per dodici ore al giorno per sette giorni a settimana per sei mesi di seguito? È la conferma che il RdC ha restituito un minimo di dignità alle persone. È vero però che l’ha tolta agli sfruttatori.

Il problema vero dell’Italia lo riscontriamo nel paradosso dei “navigator” che, sembra, sono avviati alla fine della loro carriera in questa attività. Coloro che dovevano facilitare l’inserimento nel lavoro di chi ha il RdC alla fine non solo non sono riusciti a trovare il lavoro agli altri ma perdono il loro. Questo è il punto centrale del ragionamento: siamo cresciuti in una società che basava il reddito personale sul lavoro, i sacrifici e il risparmio, ma quel mondo non esiste più, anche a causa dell’automazione, e il minimo per vivere non può più essere affidato soltanto alla propria capacità lavorativa.

Voglio essere schietto e allontanare sospetti: non solo non faccio parte dei 5 stelle che hanno fortemente voluto il Rdc, ma osteggio fortemente quel partito su qualsiasi altra cosa che non sia il RdC. Però leggo molto. Anche, per lavoro, giornali stranieri dove i dibattiti sulle conseguenze sociali ed economiche del mondo che cambia a velocità stratosferica, sull’impatto dell’intelligenza artificiale sulla produzione, sull’arretramento delle politiche contro la povertà che l’Onu aveva programmato entro il 2030, dove tutto questo viene dibattuto senza che a nessuno venga in mente di addossare la colpa della crisi sui lavoratori.

Da noi invece, la patria dell’umanesimo, la culla della civiltà, se sei povero è perché non hai voglia di lavorare: è francamente inaccettabile. Bisogna quindi tenere duro e non abbassare la testa sul punto della sopravvivenza; dopodiché chiamatelo come vi pare, reddito di cittadinanza, reddito universale, reddito di esistenza in vita, ma non possiamo permettere che il nostro vicino muoia di fame, almeno finché ci resta un briciolo di umanità

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Gianluca Cicinelli
È stato a lungo direttore dell’informazione di Radio Città Futura di Roma. Ha collaborato con quotidiani e periodici nazionali e si occupa principalmente d’inchieste sulle zone d’ombra tra servizi segreti, criminalità organizzata e istituzioni. Ha pubblicato due libri sul rapimento di Davide Cervia. Propone spesso corsi di formazione giornalistica popolare. Ha realizzato la video inchiesta “Coperti a Destra” sulla strage di via Fani del 16 marzo 1978. Attualmente collabora con la Lumsa di Roma.
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