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Loredana Brigandì, il tocco delicato delle corde del pianoforte e di quelle dell’animo

Una donna che mette a nudo il proprio vissuto: il volto sconosciuto della pianista che da Reggio Calabria ha conquistato fama internazionale

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Toccare le corde dell’animo con altrettante passione e bravura di come si toccano le corde di uno strumento musicale è raro. Una rarità di cui Loredana Brigandì è interprete magistrale. Tra le più note pianiste italiane di fama internazionale, il suo esordio letterario, “Miracolata”, non è da meno dei suoi concerti: una pubblicazione breve e molto intensa, in cui l’autrice si mette a nudo, offrendo una visione di sé e delle proprie esperienze più intime come donna, fatta senza mai riferirsi al suo ruolo che la porta a calcare i palcoscenici più prestigiosi.

foto Roberto Rocchi

Una donna che dà voce nel suo scritto, perciò, a ogni donna. E crea una sintonia come quella che, nel corso della sua carriera artistica, è riuscita a creare con il suo pubblico. Frutto della spontaneità delle sue esecuzioni, che anche quando sono registrate in studio lei vuole che non siano “lavorate” in post-produzione. Una caratteristica che viene percepita dalla fine attenzione dei suoi estimatori.

Il suo libro “Miracolata” è, fin dal titolo, il racconto di uno scampato pericolo, della salvezza, di una strada ritrovata, che gode anche dei contributi di due autorevoli psichiatri: Ignazio Senatore e Maria Antonietta Coccanari de’ Fornari.

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È un racconto pieno di coraggio, nel quale Loredana Brigandì narra la dolorosa esperienza di vita della donna che vive dietro le quinte dei palcoscenici dove la pianista di fama internazionale raccoglie applausi. Una donna che fa i conti con la maternità solitaria, l’amore tramontato, la depressione, le cure, l’empatia verso chi soffre più o meno presente da parte delle persone che si trova intorno, la lontananza dall’adorato figlio nel periodo della terapia.

Dalla tastiera del pianoforte a quella del computer il passo non è breve, specialmente se una musicista di fama internazionale decide di mettersi a nudo in uno scritto così intenso e intimo come “Miracolata”. Qual è stato il movente che l’ha spinta e quale il messaggio che vuole lanciare?

«Amo scrivere. Da sempre. Ma da quando sono “ritornata tra i vivi”, come dico scherzosamente parlando con i miei amici, la scrittura ha assunto un ruolo più prepotente. “Miracolata” è nato di getto, non “allo scopo di…”. Il fine, e cioè il poter essere di conforto e di aiuto, con le mie parole, non soltanto a chi soffre di depressione, ma anche a parenti ed amici, ha preso forma soltanto quando mi trovavo a metà dell’opera».

Nella prefazione del suo libro, lo psichiatra Ignazio Senatore scrive, tra le altre cose: «In tutto il suo libro-confessione, l’Autrice non accenna minimamente al suo prestigioso curriculum professionale che l’ha collocata tra le più grandi pianiste italiane». È un po’ come se la sua esperienza di donna rappresenti per lei un valore universale e come se volesse dirci che il suo prestigio professionale è uno strumento che le ha permesso di essere l’interprete di un messaggio in nome anche delle tante donne che non calcano il palcoscenico, ma che non devono rimanere per questo inascoltate.

foto Roberto Rocchi

«Ho sofferto di depressione, al pari di tantissime persone comuni, ma anche di tantissimi artisti della storia, e di tanti altri personaggi dello spettacolo. La sofferenza dell’anima, però, non riguarda di certo soltanto le donne. Chiunque può esserne una vittima, indipendentemente da sesso, età o classe sociale».

«In quanto al fatto che io non abbia fatto accenno al mio prestigioso curriculum professionale (per usare le parole del professor Senatore), le rispondo semplicemente dicendo: perché mai avrei dovuto? Il fatto di essere una persona più o meno nota di altre non mi rende diversa da qualsiasi altra».

La fama che ha conquistato le ha permesso di portare la sua arte in varie parti del mondo. Ma il suo libro testimonia come dietro ogni personaggio pubblico vi sia una vita privata spesso complicata. Come ha vissuto il suo ruolo pubblico nel suo privato di mamma che ha cresciuto un figlio praticamente solo con le proprie forze?

«Non ho mai scisso il pubblico dal privato, e soprattutto non mi considero di certo un personaggio pubblico. Crescere mio figlio Benjamin è stata l’esperienza sotto certi aspetti più difficile ma anche la più bella e gratificante di tutta la mia vita. Ho rinunciato a molte cose, in primis alla mia carriera, che ha avuto una solenne battuta d’arresto».

«Ma se dovessi tornare indietro, non cambierei una virgola di quello che è stato il mio ruolo di madre. Ed oggi non potrei essere più fiera del ragazzo che è diventato, e chissà che un pochino del merito non sia anche mio».

Lei ha un talento molto precoce: a sei anni si approccia al pianoforte e a nove viene ammessa al Conservatorio di Reggio Calabria. Come ha vissuto questa sua passione da bambina? E cosa ha significato per lei tornare in quello stesso conservatorio, a soli 19 anni, come titolare di una cattedra di pianoforte?

«Con grande naturalezza, ma anche determinazione, perché sin da piccola avevo le idee ben chiare e, quando mi si rivolgeva la fatidica domanda “cosa vuoi fare da grande?”, la risposta era sempre quella. La pianista. Ma, allo stesso tempo, non ho mai creduto veramente nel mio talento. Ricordo ancora tutte le volte che chiedevo a mia madre “Ma davvero sono così brava come dicono tutti?”. Sono andata a studiare a Roma che avevo quindici anni. Ritornare al “Cilea” a distanza di soli quattro anni, non più come allieva ma da docente, ha trasformato l’affetto del quale ero stata circondata da piccola in una sorta di diffidenza, forse perché, come diverse persone del luogo mi hanno sempre fatto notare, una volta che te ne vai e poi ritorni, vieni visto all’improvviso come un estraneo».

Negli anni Novanta ha fondato e diretto l’Accademia filarmonica reggina: un modo per manifestare l’attaccamento al suo territorio d’origine, dal quale è partita verso i palcoscenici internazionali?

«Non ho mai fatto nulla nella mia vita al fine di significare qualcosa. L’ho fatto e basta, semplicemente perché ho sentito di farlo, ma è indubbio che con le mie Stagioni io sia riuscita a portare a Reggio Calabria alcune delle eccellenze del panorama musicale nazionale ed internazionale, dando lustro e risonanza alla mia città».

foto Roberto Rocchi

A quali Paesi si sente più legata, dal punto di vista artistico e da quello personale?

foto Roberto Rocchi

«Il Paese al quale sono più legata in assoluto è il mio Paese, l’Italia, anche se mi sono sempre sentita cittadina del mondo. Per motivi artistici la Danimarca, in quanto mi sono recata diverse volte a Copenaghen per le mie ricerche delle opere dei compositori dimenticati. Per motivi personali, invece, sono molto legata agli Stati Uniti, a Boston, precisamente, essendo mio figlio per metà americano. Benjamin finirà l’High School quest’anno, ed è già stato accettato da un College molto prestigioso che gli ha offerto una consistente borsa di studio».

Ha qualche autore che le è particolarmente caro?

«Friedrich Kuhlau ed Ignaz Moscheles, in quanto sono stata l’artefice della riscoperta della maggior parte delle loro opere, incidendo anche sei CD in world premiere, e Franz Liszt, perché il primo amore non si scorda mai».

Recentemente ha dato vita a un progetto particolare: il Movimento degli empatici. Di cosa si tratta e quali sono gli scopi che si prefigge?

«Il Movimento degli Empatici è un gruppo Facebook, nato a fine gennaio da un’idea partorita più o meno un anno fa, durante una conversazione con un’amica milanese. Un progetto accantonato per tanti motivi, oggi diventato realtà. La finalità del Movimento è offrire conforto a persone che vivono una sofferenza dovuta ad una forma di depressione e che sentono la necessità di un’ulteriore mano di aiuto (per se stessi o per i loro cari), certi di non essere giudicati, ma capiti, ascoltati. A questo delicatissimo compito è delegato un piccolo team di persone speciali, dotate di grande empatia e predisposizione all’ascolto, e perfettamente in grado di alleviare con le proprie parole la sofferenza altrui».

Quali sono i suoi hobby e le sue passioni al di fuori della musica?

«Tantissimi. Hobby: giardinaggio e fotografia. Passioni oltre musica e scrittura, certamente la cucina ed il cucito. Prima di ammalarmi ero una cuoca mediocre, che cucinava i soliti tre o quattro piatti. Ma, da due anni a questa parte, cucinare è diventata una mia grande passione. Mi rilassa, e soprattutto mi diverte sperimentare nuovi piatti e ricette. Riguardo al cucito, invece, trasformo capi già esistenti, ma creo anche di sana pianta dei modelli originali».

Ci può dare qualche indicazione sui suoi progetti futuri?

«Diciamo che ci sono diverse cose che bollono in pentola. Un nuovo progetto discografico, un altro libro (una novella di fantasia ma che ha molto di autobiografico), la ripresa dell’insegnamento e, per un pizzico di scaramanzia, non aggiungo altro, tranne ringraziarla per questa bella chiacchierata».

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Massimo Marciano
Massimo Marcianohttp://www.massimomarciano.it
Fondatore e direttore di Metropoli.online. Giornalista professionista, youtuber, presidente e docente dell'Università Popolare dei Castelli Romani (Ente accreditato per la formazione professionale continua dei giornalisti), eletto più volte negli anni per rappresentare i colleghi in sindacato, Ordine e Istituto di previdenza dei giornalisti. Romano di nascita (nel 1963), ciociaro di origine, residente da sempre nei Castelli Romani, appassionato viaggiatore per città, borghi, colline, laghi, monti e mari d'Italia, attento osservatore del mondo (e, quando tempo e soldi lo permettono, anche turista). La passione per la scrittura è nata con i temi in classe al liceo e non riesce a distrarmi da questo mondo neanche una donna, tranne mia figlia.
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