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HomeAttualitàEcuador, la guerra dei narcotrafficanti contro il governo infiamma il Paese

Ecuador, la guerra dei narcotrafficanti contro il governo infiamma il Paese

La riorganizzazione dei traffici di droga e di denaro ne hanno fatto uno snodo importante. Dichiarato lo stato di «conflitto armato interno»

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Uomini incappucciati con fucili, conduttori e addetti ai lavori stesi a terra e presi come ostaggi, il tutto in diretta televisiva. Non si tratta della scena di un film, ma di quanto accaduto martedì 9 gennaio negli studi di Tc, emittente televisiva in Ecuador. Tuttavia, sebbene il caso dell’interruzione della messa in onda da parte di membri delle gang del narcotraffico sia stato il più eclatante e abbia riscosso maggiore attenzione mediatica, in realtà anche nel resto del Paese la situazione è tutt’altro che distesa. Si parla di rivolte nelle prigioni, agenti di polizia rapiti, scontri a fuoco nelle strade, e al momento almeno 12 morti confermati.

Lo scenario descritto sembrerebbe essere quello di una vera e propria guerra civile; in realtà, si tratta di uno scontro in atto tra il governo ecuadoregno, presieduto dal 36enne Daniel Noboa, e i narcotrafficanti, rappresentati in primo luogo dal cartello egemone del Paese, ovvero Los Choneros. A capo di quest’ultimo, José Adolfo Macías, detto Fito, che proprio domenica sarebbe evaso dalla prigione della città portuale di Guayaquil, dove stava scontando una pena di 34 anni dal 2011.

Proprio a seguito della sua evasione, i tumulti e la violenza sono aumentati nel Paese, tanto da portare Noboa a dichiarare uno stato di emergenza della durata di 60 giorni. Quest’ultimo prevede pattuglie, coprifuoco e in generale un maggiore stato di allerta nel Paese.

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Nelle ultime ore, sarebbe stato dichiarato anche lo stato di «conflitto armato interno». Infine, il governo avrebbe anche ribadito «amnistia e impunità» per le forze dell’ordine che «fanno il proprio dovere». In altre parole, coloro i quali sono in divisa hanno il via libera ad aprire il fuoco senza dover rispondere per eventuali uccisioni, proprio al fine di dare maggiore libertà di azione a soldati e poliziotti negli scontri contro i narcotrafficanti.

Eppure, una domanda potrebbe affiorare nella testa di molti. Come mai tutto questo sta accadendo in Ecuador, uno stato di appena 18 milioni di abitanti e tipicamente fuori dai radar quando si parla di narcotraffico? In realtà, l’Ecuador fino a qualche anno fa era ben diverso. L’aumento esponenziale della criminalità e degli omicidi nel Paese, i quali sembrano raddoppiare di anno in anno, ha avuto inizio nel 2018, con il periodo della pandemia, che ha giocato un ruolo determinante nel peggioramento della situazione.

I narcotrafficanti negli ultimi anni hanno sfruttato l’autorità traballante del governo per radicarsi nel territorio, in primis nelle prigioni, utilizzate come centri di comando. C’è poco da sorprendersi se è proprio nelle prigioni che negli ultimi anni si sono verificati grandi disordini, con molti detenuti rimasti uccisi negli scontri tra gang rivali.

Inoltre, la città di Guayaquil, la più popolosa del Paese e nella quale al momento la tensione è molto alta per via degli scontri, è divenuta negli anni un importante snodo per il narcotraffico, a causa del porto utilizzato per le spedizioni principalmente di cocaina, ma anche altre droghe.

Sono varie le cause concorrenti che hanno prodotto un tale peggioramento della situazione in Ecuador negli ultimi anni, anche se tra le prime vi è una serie di cambiamenti importanti negli equilibri dei cartelli del narcotraffico dei Paesi adiacenti all’Ecuador. Tra questi, la fine dei grandi cartelli colombiani, frammentatisi in molti gruppi diversi, e la supremazia dei cartelli messicani, che hanno iniziato a imporsi sugli altri, riarrangiando gli snodi e le produzioni di droghe nella regione, con l’Ecuador che di colpo ha assunto un’importanza strategica che fino a poco prima non aveva.

I grandi flussi di denaro generati dal narcotraffico hanno permesso così in poco meno di 6 anni ai cartelli ecuadoregni di rafforzarsi, espandersi e radicarsi nel tessuto sociale del Paese, con le conseguenze che stiamo osservando oggi.

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Emanuele Gualandri
Emanuele Gualandri
Laureato in Politica e Diritto internazionale all'Università Statale di Milano. Ha lavorato su Milano come videogiornalista occupandosi di casi di cronaca locale e nazionale nonché politica e movimenti sociali. Ha realizzato analisi sotto forma di video-approfondimenti su YouTube per la pagina di informazione “inBreve”, attirando migliaia di visitatori. Al momento si trova a Bruxelles per conseguire un master in giornalismo e media alla Vub (Vrije Universiteit Brussel).
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