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Boccadamo, il Made in Italy che conquista l’Oriente

Da anni alla ribalta internazionale del settore orafo-argentiero, l'azienda è stata selezionata per un importante progetto nel Golfo Persico. Portabandiera all'estero dell'arte e dell'artigianato italiani, ma con le ragioni del cuore salde a Frosinone, dove ha anche aperto una scuola per formare i giovani al lavoro

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Un progetto per la promozione del Made in Italy nei Paesi del Golfo Persico. Protagonista la Boccadamo Gioielli di Frosinone, azienda da anni leader nel suo settore, che rappresenterà il nostro Paese in un’area strategica per il commercio internazionale. Un risultato di prestigio, che dimostra quanto la ripresa dopo la pandemia passi anche per la capacità dell’Italia di portare nel mondo la propria capacità imprenditoriale, artigiana e artistica.

“Italian JFB” (Jewellery – Fashion and Beauty in the Gulf Countries) è il nome del progetto, che affonda le sue radici in vent’anni di esperienza della Camera di Commercio nei rapporti con operatori locali di Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Oman. Un’area che rappresenta un mercato in forte espansione e un ponte per il commercio verso Africa e Cina: un tratto di collegamento importante tra Oriente e Occidente.

Dettaglio lavorazione artigianale

E a guidare il Made in Italy nell’area ci sarà anche Tonino Boccadamo, al timone dell’azienda che dagli anni Ottanta rappresenta un’eccellenza nazionale e internazionale nel settore orafo-argentiero.

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La Boccadamo Gioielli è stata selezionata per un importante progetto per la promozione del Made in Italy nei Paesi del Golfo Persico. Come è articolato questo progetto, cosa rappresenta per la sua azienda e quali prospettive apre per l’Italia in Medio Oriente?

«Si tratta di un progetto molto interessante e ricco di opportunità per noi, di cui sono orgoglioso, dal momento che la nostra azienda è stata selezionata dalla Camera di Commercio Italiana negli Emirati Arabi Uniti per la promozione del Made in Italy in Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Oman. Il progetto avrà durata iniziale di un anno, durante il quale verremo messi in contatto con importanti buyer di tutta l’Area del Golfo, attraverso una piattaforma creata ad hoc. Potremo far conoscere così le nostre creazioni, il nostro stile e la nostra interpretazione di Made in Italy. In un momento in cui sembra tutto circoscritto al mercato locale, a causa della pandemia, questa opportunità ci apre una finestra su mercati in forte espansione, un corridoio per gli scambi commerciali tra Africa e Cina, un hub del business internazionale, a cavallo tra Oriente ed Occidente».

Il Made in Italy è stato sempre il fiore all’occhiello del nostro Paese.

Com’è la situazione attuale per le aziende italiane che hanno interessi all’estero?

Ingresso dello Store di via Frattina a Roma

«Il Made in Italy è ormai, di fatto, un brand verso cui le aziende italiane che se ne fregiano hanno una grande responsabilità, nel difenderlo e nel conservarlo su standard sempre più elevati. Sul mercato il Made in Italy tiene ancora molto; ovvio che le limitazioni alle esportazioni degli ultimi mesi ne hanno un po’ rallentato la corsa, ma sono convinto che la nostra economia ripartirà e dovrà farlo, puntando proprio sulla migliore qualità dei prodotti italiani».

Che cosa rappresenta per lei un gioiello che nasce nel suo laboratorio?

«Dico sempre che i miei gioielli hanno un’anima, perché dietro ogni creazione non c’è solo un accessorio da indossare, ma l’interpretazione di un’idea di bellezza, un messaggio che intendiamo veicolare ed è quello dell’unicità di ogni donna. In un mondo in cui conta molto l’apparenza e un’ideale femminile standardizzato, noi valorizziamo la donna in tutte le sue sfaccettature, con i pregi ed i difetti, che poi sono spesso ciò che la rende davvero unica».

Com’è organizzato il lavoro di produzione di un gioiello?

«Tutto parte dall’idea e dallo studio delle tendenze, cercando non solo di interpretare la moda, ma anche di anticiparla. C’è un confronto costante tra me e l’ufficio creativo, che si concretizza nel progetto. Dalla parte creativa si attiva poi tutta la macchina produttiva: disegno, progetto in 3D, prototipo e poi la produzione su larga scala». 

Come nasce l’idea di un nuovo gioiello?

«Spesso è un’intuizione, un guizzo. L’osservazione di ciò che mi circonda spesso mi ispira, la natura soprattutto, che poi rappresentiamo nei nostri gioielli».

La sede dell’azienda

Vi capita di sondare i desideri dei vostri clienti prima di realizzare un nuovo gioiello?

«È una delle fasi fondamentali prima di avviare la produzione.

C’è un confronto con la rete vendita, che riferisce di quelle che sono le impressioni dei concessionari, cosa si aspettano dalle nostre creazioni, cosa vorrebbero.

Ma cerchiamo di coinvolgere anche i clienti finali, sondando il terreno di una nuova uscita con dei gruppi di clienti rappresentativi».

Vi capita di sondare i desideri dei vostri clienti prima di realizzare un nuovo gioiello?

«È una delle fasi fondamentali prima di avviare la produzione. C’è un confronto con la rete vendita, che riferisce di quelle che sono le impressioni dei concessionari, cosa si aspettano dalle nostre creazioni, cosa vorrebbero; ma cerchiamo di coinvolgere anche i clienti finali, sondando il terreno di una nuova uscita con dei gruppi di clienti rappresentativi».

Cosa cercano i vostri clienti?

«Cercano la qualità, l’identificabilità; cioè, vogliono che sia evidente che indossano un gioiello Boccadamo. Cercando anche l’innovazione, nelle forme e nei materiali, e noi cerchiamo di assecondare questa loro richiesta».

Inaugurazione dell’azienda Boccadamo con Nino Manfredi e sua moglie Erminia

Come sono cambiati gusti ed esigenze della sua clientela nel tempo?

«Opero in questo settore da più di quarant’anni, dunque ho visto il cambiamento crescere con me e la mia attività. Ciò che è rimasto immutato è la ricerca di uno stile ben identificabile, della qualità dei prodotti. I gusti sono cambiati come cambiano le mode e ho assistito anche al ritorno di tendenze che si pensavano ormai passate, reinterpretate in chiave contemporanea. Anche i social media hanno influito molto sui gusti dei clienti e questo aspetto ci obbliga ad avere sempre un occhio attento su questa realtà mutevole e molto variegata».

Cos’è l’eleganza in una donna, secondo lei?

«L’eleganza femminile non è qualcosa di tangibile. Può essere un dettaglio, il modo in cui una donna gesticola, muove le mani, in cui parla, in cui sa stare tra la gente. Una donna elegante la percepisci, anche se non si nota per gli abiti o i gioielli che indossa. L’eleganza si avverte, è una dote innata».

C’è un tipo di gioiello che non ha ancora realizzato ma che ha sempre desiderato produrre?

«In questi anni ho sempre cercato di assecondare la mia creatività, dando forma ai gioielli che nascevano già nella mia mente e devo dire di essere stato fortunato, perché ho realizzato sempre il modello di gioiello a cui aspiravo in un determinato momento. Da tempo, però, ho intrapreso il progetto di realizzare una collezione con pietre rarissime per tipologia, forma e grandezza. Un progetto ambizioso, una sfida personale ma anche per il mercato, a cui tornerò presto a dedicarmi».

C’è un vostro gioiello al quale, personalmente, lei è particolarmente legato?

«Sono diversi e sono tutti legati ad eventi importanti della mia vita».

L’International Manager Andrea Staffoli inaugura il secondo store cinese

Quante persone lavorano nella sua azienda e come è articolato il loro lavoro?

«Nell’azienda lavorano quasi 100 collaboratori a cui si aggiunge la rete vendita, composta da 23 agenti che ci rappresentano in tutte le regioni italiane.

All’interno della sede di Frosinone si concentra tutta la filiera produttiva: dalla parte creativa alla produzione, fino alla distribuzione, dal momento che le spedizioni partono sempre dalla sede. Abbiamo cercato di internalizzare tutta la produzione e ciò ci permette di ottimizzare e perfezionare il lavoro in tempi rapidi».

Molte ditte che portano nel mondo il nome dell’Italia hanno la sede della propria attività nelle grandi metropoli. Lei invece ha una particolarità: è partito e ha scelto di continuare ad operare, dopo aver raggiunto il successo, avendo come base la provincia di Frosinone. Come si trova a lavorare fuori da Roma? E com’è il suo rapporto con il territorio?

«Quella di aprire la sede della Boccadamo a Frosinone è stata una scelta di cuore, un modo per dare qualcosa di mio alla mia terra, mostrandole riconoscenza, e che potesse farle contemporaneamente, da stimolo, portando qualcosa di nuovo, che prima non c’era. Aprire un’azienda di produzione di gioielli su Frosinone è stata una rivoluzione per un’area industriale votata ad altro tipo di attività».

«Proprio per questo, contemporaneamente all’azienda ho voluto avviare una scuola orafa, attraverso cui formare quelli che sarebbero stati i miei collaboratori, per fornire loro le conoscenze teoriche e tecniche di un mestiere che è basato molto sulla manualità e sull’artigianalità. Per la mia città è stata un’opportunità di crescita e di apertura verso un mercato nuovo, ma anche un’opportunità lavorativa importante, dal momento che i miei collaboratori sono per la gran parte del posto. Da questo punto di vista, il rapporto con il territorio è sicuramente buono. Ovviamente, volevo avere anche una prospettiva più ampia; per questo, oltre ai concessionari presenti in tutta Italia, ci siamo aperti al mercato estero, che ha risposto molto bene alla nostra proposta creativa e con cui lavoriamo con ottimi risultati».

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Stefania Basile
Sono nata nel 1977 all'estremità meridionale della Calabria tirrenica, nella città di Palmi, che si affaccia sullo stretto di Messina e sulle splendide isole Eolie. Amo le mie origini e Roma, la città dove vivo per motivi professionali. Come diceva la grande Mia Martini: «il carattere dei calabresi a me piace moltissimo. Possiamo sembrare testardi, un po' duri, troppo decisi. In realtà siamo delle rocce, abbiamo una grande voglia di lavorare e di vivere. Io non sono di origine, io sono proprio calabrese!».
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