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Quelle armi puntate al cuore della democrazia 40 anni fa

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Forse un giorno, quando qualcuno ignaro del passato ritroverà in un sotterraneo di Washington un armadio della cui esistenza si era persa la memoria, attraverso i documenti lì chiusi a chiave i nostri nipoti sapranno tutta la verità su genesi, coperture e mandanti dei “rumori di sciabola” e della strategia della tensione che, tra tentati golpe e agguati dinamitardi, ha agitato la spensieratezza giovanile dei loro nonni. E allora si capirà quanto il percorso di unità europea, pur non esente da errori e deviazioni dall’idea originaria, abbia contribuito a saldare con la forza collettiva della comunità continentale la ancora fragile struttura costituzionale dei Paesi dalla democrazia, a quel tempo, ancora indebolita dalle conseguenze dei regimi nazifascisti che li avevano governati per decenni.

Sono passati oggi 40 anni esatti dagli spari dei militari in un’aula parlamentare spagnola, mentre per una apparente casualità, mai chiarita con certezza, la flotta statunitense stazionava da giorni nei pressi di Gibilterra. Otto anni dopo il Cile, per la Cia non c’era nulla di studiato: una semplice casualità. E intanto in Italia si cercava la verità, non ancora completamente trovata  dopo mezzo secolo, del decennio nero: colore del lutto per le stragi di innocenti e per i vessilli dei protagonisti.

Che la più imperfetta delle democrazie sia migliore della più perfetta delle dittature, per dirla con Pertini, e che trovi di conseguenza in se stessa gli anticorpi per difendersi, la ricorrenza di oggi ce lo ricorda: i golpisti spagnoli capitolarono quando trovarono chiuse le porte della giovane monarchia costituzionale, che pensavano si sarebbero spalancate al passaggio loro e dei loro “nostalgici” rinforzi provenienti dal Portogallo, altra democrazia fiorita da poco grazie alla “rivoluzione dei garofani”.

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Così come nell’Italia delle trame nere un altro golpe era abortito quando era divenuto evidente, sia ai cospiratori sia agli 007 d’oltreoceano, che nessun uomo di Stato si sarebbe prestato a giocare il ruolo di volto pulito da presentare alla comunità internazionale come copertura. Anche qui saranno i nostri nipoti, forse, a trovare nello scantinato giusto l’armadio nella cui pancia riposano le risposte definitive a chi ha sostenuto che l’Italia svoltò all’incrocio della Storia grazie al gran rifiuto di Andreotti.

Intanto, oggi ricordiamo quel 23 febbraio di 40 anni fa. Quarant’anni fa, a Madrid il Congresso dei Deputati è chiamato a votare la fiducia al nuovo governo del centrista Leopoldo Calvo-Sotelo. La Spagna vive un difficile momento di passaggio alla democrazia dal regime dittatoriale del generale Francisco Franco, terminato con la sua morte nel 1975 e con il conseguente ritorno della monarchia costituzionale.

A creare tensioni sono la difficile riorganizzazione territoriale dopo tanti anni di dittatura, il terrorismo indipendentista nei Paesi Baschi, la crisi economica. E anche l’insofferenza di alcuni settori dell’esercito alla novità della democrazia, che ha permesso il ritorno all’attività dei partiti e le elezioni della prima legislatura delle Cortes, le due Camere del Parlamento.

Alle 18 inizia la seduta. Mezz’ora dopo, mentre i deputati stanno sfilando di fronte al banco della presidenza per votare, irrompe in armi nell’aula un folto gruppo di militari della Guardia Civil, comandati dal tenente colonnello Antonio Tejero Molina, condannato a sette mesi di carcere due anni prima per aver tentato un altro golpe. Un operatore della tv di Stato riesce a filmare per mezz’ora quello che succede. È grazie a lui se gli spagnoli e tutto il mondo hanno subito la dimensione della gravità del momento.

Tejero Molina, ripreso da quella telecamera che rimane accesa, sale sul banco della presidenza e ordina il silenzio, pistola in pugno. I suoi militari aggrediscono i deputati che cercano di opporsi, separano dagli altri alcuni leader socialisti e comunisti, che tengono sotto particolare controllo, e sparano contro il soffitto. Contemporaneamente, a Valencia il capitano generale della Terza regione militare, Jaime Milans del Bosch, occupa le strade con dei carri armati. Nella notte, 250 volontari portoghesi di estrema destra passano il confine per portare il loro aiuto al colpo di Stato dei militari spagnoli.

I golpisti confidano nell’appoggio del Re. Ma Juan Carlos I di Borbone si assicura la fedeltà del resto dell’esercito e decide di legittimare un governo provvisorio che, essendo tutti i ministri in ostaggio all’interno della Camera, viene costituito dai sottosegretari del governo uscente. Alle 12 del giorno successivo, Tejero Molina si arrende. Una trentina di militari vengono poi condannati a 30 anni di carcere.

L’attentato alla neonata democrazia spagnola viene subito condannato dagli altri Paesi, soprattutto quelli della Comunità economica europea, l’antenata dell’attuale Ue, nella quale la Spagna democratica aspira ad entrare.

Un coro immediato di condanne internazionali. Tranne gli Stati Uniti. Quello che successivamente vanterà il diritto di esportare democrazia, è l’unico Paese per il quale l’invasione armata di un Parlamento democraticamente eletto è semplicemente una questione interna della Spagna. Alcuni giorni prima del tentato golpe, la Marina militare statunitense aveva schierato navi militari nei pressi dello Stretto di Gibilterra, alimentando il sospetto, mai chiarito, che il Presidente Ronald Reagan fosse stato informato in anticipo dalla Cia su cosa stesse per succedere e non lo avesse disapprovato.

È ricordando la storia che quanto accaduto a gennaio scorso nel Senato degli Stati Uniti fa pensare che la casualità possa essere solo la spiegazione che nasce dai vuoti della memoria collettiva.

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Massimo Marciano
Massimo Marcianohttp://www.massimomarciano.it
Fondatore e direttore di Metropoli.online. Giornalista professionista, youtuber, presidente e docente dell'Università Popolare dei Castelli Romani (Ente accreditato per la formazione professionale continua dei giornalisti), eletto più volte negli anni per rappresentare i colleghi in sindacato, Ordine e Istituto di previdenza dei giornalisti. Romano di nascita (nel 1963), ciociaro di origine, residente da sempre nei Castelli Romani, appassionato viaggiatore per città, borghi, colline, laghi, monti e mari d'Italia, attento osservatore del mondo (e, quando tempo e soldi lo permettono, anche turista). La passione per la scrittura è nata con i temi in classe al liceo e non riesce a distrarmi da questo mondo neanche una donna, tranne mia figlia.
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