Con slogan decisi e striscioni che accusano apertamente il Viminale, il collettivo universitario “Cambiare rotta” è sceso oggi in piazza a Roma davanti al Ministero dell’Interno per denunciare quella che i promotori definiscono una «strategia di repressione e controllo sociale» messa in atto attraverso infiltrazioni non autorizzate della polizia tra i movimenti studenteschi e antagonisti in diverse città italiane.
Secondo i manifestanti, agenti in borghese avrebbero preso parte, senza identificazione e senza alcun mandato esplicito, a riunioni e azioni di protesta a Napoli, Milano e Roma, nel tentativo di monitorare, condizionare e criminalizzare l’attività politica dei collettivi universitari.
La protesta
Circa cento studenti si sono radunati in mattinata a Piazza del Viminale a Roma. Con cori e interventi al megafono, hanno denunciato quella che hanno definito una crescente «militarizzazione del dissenso» e chiesto le dimissioni del ministro Piantedosi.
«Ci spiano, ci schedano, ci isolano. Lo Stato ha paura della partecipazione studentesca – ha detto una portavoce del collettivo -. Ma noi non arretriamo. Se infiltrano i nostri cortei, significa che stiamo colpendo nel segno»:
Infiltrazioni e smentite
Le accuse si sono intensificate dopo che diverse segnalazioni, accompagnate da video e testimonianze, avrebbero indicato la presenza di individui estranei durante manifestazioni pacifiche, che successivamente sarebbero stati identificati come appartenenti alle forze dell’ordine. L’indiscrezione è stata inizialmente smentita dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha parlato di «normale attività di prevenzione».
La presenza di agenti in borghese nei cortei e nei collettivi sarebbe prevista, quindi, con la motivazione di «garantire la sicurezza pubblica ed evitare degenerazioni». Una mezza ammissione che non ha fatto altro che alimentare la rabbia dei movimenti studenteschi.
Un precedente pericoloso
“Cambiare rotta” denuncia l’ambiguità e il pericolo di tali operazioni: «Infiltrare significa sabotare la fiducia, minare la democrazia e trattare come nemici cittadini che esercitano un diritto costituzionale, quello alla protesta pacifica. Non abbiamo intenzione di abbassare la voce. La repressione non ci fermerà. Anzi, ci spinge a costruire una rete più forte, più cosciente, più determinata».









