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Le foto a corredo di questo articolo sono tratte dal documentario
Dall’autorevolezza di Concetto Lo Bello alla rivoluzione della tecnologia, dalle grandi figure dell’arbitraggio italiano alle nuove frontiere dell’inclusione. Un racconto di sport, responsabilità e umanità che attraversa generazioni e cambiamenti. A raccontarne la storia, le responsabilità e soprattutto la dimensione umana è “Arbitro. Dal fischietto al VAR”, il documentario scritto e diretto da Maurizio Pizzuto, che Rai 2 trasmetterà venerdì 6 novembre alle 23.30, in seconda serata. E lunedì 9, alle 20, appuntamento dal vivo con l’autore e il documentario, che verrà proiettato al cinema AlFellini di Grottaferrata, ai Castelli Romani.
Nel calcio tutti guardano il pallone, inseguono il gesto del campione, aspettano il gol che può cambiare il destino di una partita. Eppure, in mezzo al campo, c’è un uomo chiamato a osservare ogni cosa senza poter sbagliare, almeno nelle aspettative di milioni di spettatori. È l’arbitro, protagonista silenzioso e spesso contestato di uno sport nel quale una decisione può trasformarsi, nel giro di pochi secondi, in un caso nazionale.
Prodotto da Comunikapp in collaborazione con Rai Documentari, il film, della durata di 53 minuti, accompagna il pubblico in un viaggio attraverso la storia dell’arbitraggio italiano, intrecciando memoria sportiva, testimonianze, innovazione tecnologica e vicende personali. A dare voce al racconto è l’attore Vincenzo Bocciarelli, mentre le immagini provenienti dalle Teche Rai restituiscono il fascino di un calcio che ha cambiato volto, regole e protagonisti.
L’intuizione narrativa di Pizzuto è quella di spostare lo sguardo dal verdetto a chi lo pronuncia. Perché dietro un fischio, apparentemente istintivo, si nascondono anni di preparazione, sacrifici, allenamenti e studio. Ma anche dubbi, tensioni e quella solitudine che accompagna inevitabilmente chi deve assumersi la responsabilità di una scelta davanti a migliaia di persone. «Il pubblico vede la decisione; raramente vede gli anni di formazione, la fatica e il dubbio», scrive il regista nella sua nota d’autore. È proprio in questa distanza tra ciò che appare e ciò che rimane invisibile che si sviluppa il documentario, alla ricerca della persona prima ancora che dell’autorità rappresentata dalla divisa.



Il racconto prende avvio da Concetto Lo Bello, figura entrata nella leggenda del calcio italiano, interprete di un’epoca nella quale l’arbitro costruiva la propria autorevolezza attraverso il carisma, la presenza scenica e una conoscenza profonda del gioco. Un calcio lontano dall’attuale esasperazione tecnologica, nel quale la personalità del direttore di gara rappresentava uno degli elementi decisivi nella gestione dell’incontro. A ricostruire quella stagione contribuiscono le testimonianze degli ex arbitri Rosario Lo Bello, figlio di Concetto, e Paolo Casarin e dell’ex calciatore Franco Cordova, ricordato ai tempi della sua carriera sportiva con il nimignolo di “Ciccio”, protagonisti e osservatori privilegiati di un mondo calcistico che continua a vivere nella memoria collettiva.
Tra le figure che arricchiscono il documentario trova spazio anche Salvatore Lombardo, notaio siciliano di Marsala, già arbitro di Serie A e Serie B ed ex presidente dell’Associazione italiana arbitri. La sua esperienza rappresenta un collegamento significativo tra l’attività sul terreno di gioco e la dimensione istituzionale dell’arbitraggio, offrendo uno sguardo sulle responsabilità di chi, dopo aver diretto le partite, ha contribuito a guidare il movimento arbitrale italiano. Le immagini dedicate a Pierluigi Collina, uno dei direttori di gara più riconoscibili nella storia del calcio internazionale, segnano un ulteriore passaggio nell’evoluzione di una professione diventata progressivamente più esigente sotto il profilo atletico, psicologico e tecnico.
Ma il documentario non si limita a ripercorrere nomi e stagioni del passato. La macchina da presa entra negli spogliatoi, segue la preparazione sui campi di allenamento, osserva il lavoro quotidiano nelle sezioni arbitrali. È qui, lontano dalle telecamere delle grandi partite, che prende forma quella capacità di giudizio destinata a essere messa alla prova ogni volta che il pallone comincia a rotolare.



Dalla memoria si passa così alla modernità, con l’ingresso nel Centro VAR di Lissone, cuore tecnologico di un sistema che ha profondamente modificato il calcio contemporaneo. Monitor, immagini rallentate, diverse angolazioni e comunicazioni continue tra campo e sala video hanno introdotto una nuova dimensione nell’interpretazione degli episodi di gioco. La tecnologia ha ampliato le possibilità di controllo, ma non ha cancellato il peso della decisione umana. Anche davanti a un’immagine riproposta più volte, resta infatti la necessità di interpretare ciò che è accaduto, applicare il regolamento e assumersi la responsabilità del verdetto. Il VAR ha cambiato gli strumenti dell’arbitraggio, senza eliminarne la complessità.
Un altro capitolo importante è dedicato alle donne che hanno contribuito a trasformare il panorama arbitrale italiano. Le esperienze di Luana Ercolessi, che intentò una causa legale contro la norma regolamentare dell’epoca che riservava l’iscrizione ai ruoli arbitrali esclusivamente agli uomini, Maria Sole Ferrieri Caputi e Giulia Tempestilli raccontano percorsi differenti, accomunati dalla determinazione di affermare competenza e professionalità in un ambiente storicamente dominato dagli uomini. Storie che testimoniano un cambiamento culturale prima ancora che sportivo, aprendo prospettive nuove alle generazioni che si avvicinano all’arbitraggio.
È tuttavia nella vicenda di Michele Croce, primo arbitro in carrozzina, che il racconto assume una dimensione particolarmente intensa. La sua esperienza porta al centro dell’attenzione il valore dell’inclusione, la forza della passione e il diritto di vivere lo sport da protagonisti, anche quando le condizioni personali sembrerebbero imporre limiti difficili da superare. Una storia che allarga gli orizzonti del documentario e ricorda come il calcio, al di là dei risultati e delle polemiche, possa continuare a essere uno straordinario spazio di partecipazione e crescita.



Ad accompagnare le immagini sono le musiche originali di Angelo De Luca e Bernardo La Fonte, mentre il brano «Arbitro» di Ugo Mazzei rende omaggio alla memoria di Concetto Lo Bello. La produzione esecutiva è firmata da Domenico Carillo; fotografia, montaggio e color correction sono curati da Fabrizio Barraco.
Con «Arbitro. Dal fischietto al VAR», Maurizio Pizzuto restituisce dunque attenzione a una figura che il calcio celebra raramente e giudica continuamente. Lo fa attraverso un percorso che unisce passato e presente, mostrando quanto siano cambiati gli strumenti, le condizioni e le responsabilità dell’arbitraggio, ma anche quanto sia rimasta immutata la sua essenza. Perché un arbitro può prepararsi per anni, conoscere ogni sfumatura del regolamento, affidarsi all’esperienza e oggi persino al supporto della tecnologia. Ma quando arriva il momento decisivo, quello in cui il gioco si ferma e tutti aspettano una risposta, resta una sola certezza: qualcuno deve scegliere.
Ed è forse proprio questa la parte più autentica e universale del racconto. Non soltanto la storia di chi dirige una partita, ma quella di chi deve decidere sotto pressione, convivere con il dubbio e trovare il coraggio di assumersi una responsabilità. Perché il fischio dura un istante. Il peso di una decisione, qualche volta, molto più a lungo.










