È rimasta nascosta per centocinquant’anni in una teca coperta da un telo all’interno dell’antica chiesa di San Giovanni a Sgurgola, nel Frusinate. Superstite silenziosa dei bombardamenti tra le due guerre del Novecento e dei cambiamenti epocali susseguitesi. La iconografia della Madonna del Carmine è tornata alla luce e all’affetto dei fedeli dopo il recupero e un’attenta opera di restauro durata un anno e curata dall’Università della Tuscia, finanziata per circa 12mila euro, in parte frutto del contributo degli stessi cittadini.
La Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, detta Madonna del Carmelo o anche Madonna del Carmine, è simbolo di protezione e intercessione e viene festeggiata il 16 luglio. La comunità di Sgurgola che, abitualmente, contemplava e venerava la statua in lunghe processioni, suggestionate da preghiere e lacrime dal sapore ancestrale, nel frattempo, è cresciuta. Si è trasformata, invecchiando e morendo mentre lei era sepolta da strati di polvere, terra e muffe.

La Madonna del Carmine di Sgurgola è una statua diversa dalle altre di uso comune. Realizzata in cera plastica. Un materiale povero, in uso agli artisti dell’epoca. Amato per la malleabilità e la sua intrinseca capacità di conferire al volto un aspetto umano, realistico. Vivo.
Un oggetto al quale è stata conferita sacralità in un’epoca in cui la comunità partecipava attivamente al compiersi del rito celebrativo e alla preparazione certosina e devota dietro le quinte. Quando cioè sull’altare della chiesa di San Giovanni, nella parte bassa del paese, le mani sapienti delle donne, madri e mogli, contadine escluse ancora dal voto e da impieghi professionalizzanti, compivano il rituale della vestizione donando alla Madonna le sottovesti di lino del corredo matrimoniale.
Intimi realizzati con cura e amore per le spose vergini e che le più fortunate e benestanti del paese sceglievano dal corredo e consegnavano nelle mani delle parrocchiane per rivestire quella che ad oggi possiamo definire una sorta di bambola di cera ad altezza umana, le cui mani e i cui piedi erano innesti di legno e cartapesta su di un manichino dal busto imbottito.
Del manichino è rimasta la targhetta, ad indicare il nome e la via del laboratorio dal quale è partito per arrivare a Sgurgola: “D. Pighi – Roma, via Alessandrina 27”. Laboratorio dismesso insieme al quartiere intero nel 1930 durante gli anni del movimentato innesco politico fascista e del quale resta oggi questo pezzo, forse unico.
La Madonna del Carmine ed il suo bambinello eccoli li oggi sull’altare, quasi a riemergere dall’anonimato e da un bizzarro esilio dopo un lungo e scientifico lavoro di restauro. Riconsegnati alla comunità di Sgurgola, vivamente commossa e colpita dall’evento, unico nel suo genere e presentato con tanto di documentazione dettagliata del restauro sabato 19 luglio scorso nella chiesa di San Giovanni. Chiesa dove, in fondo, questa statua era sempre stata, nascosta tuttavia allo sguardo della comunità.
Comunità che, immersa nella splendida cornice montana dei Lepini, alle porte di Roma, ha subìto probabilmente, come tanti centri, un crollo dovuto gli eventi mondiali degli ultimi anni, come la pandemia da covid, affronti e perdite di paese, invecchiamento della popolazione e impoverimento del borgo a causa dell’emigrazione per cercare fortuna altrove.


In questa realtà dimenticata, ecco che due giovani missionari dell’Ordine Colombiano dell’istituto missionario di San Giovanni Eudes che subentrano al vecchio parroco, don Agostino Santucci, ormai ultraottantenne, e si addentrano in punta dei piedi nella comunità, scavano nei ricordi, e tolgono polvere qui e lì nei diversi locali della parrocchia.
Animati dai buoni propositi, di chi ha una fede incrollabile ed operosa, recuperano l’anima della comunità religiosa coniugando l’impegno con un altro tipo di recupero: quello delle opere artistiche, degli oggetti preziosi nascosti e dimenticati. I missionari, nel visionare la chiesa, aprono la teca forzando la toppa e si trovano davanti il volto esausto di questa Madonna di cera custode di se stessa e del suo bambinello. Inclinata da un lato e scolorita dalla polvere e dalla sporcizia di anni ed anni. Senza chioma e malandata era li che aspettava di essere vista, ritrovata.



La Madonna del Carmine, abbandonata all’interno di questa teca velata, torna in una calda giornata di estate, torna per essere esposta e celebrata. Torna, forse, per dare speranza e recuperare un rituale, un ricordo comunitario, una storia e una tradizione fatta di fede, speranza e solidarietà di altri tempi.
Il restauro è stato affidato alle mani dei professionisti dell’Università degli studi della Tuscia di Viterbo e docenti del corso di laurea in conservazione e restauro dei beni culturali. Il team di restauro era composto da Arianna Ceci, Barbara De Dominicis, Luca Lanteri, Claudia Pelosi, Paola Pogliani, Barbara Proietti. Il lavoro è durato un anno, per un investimento di quasi dodicimila euro. Cifra importante alla quale ha partecipato la stessa comunità di Sgurgola, aprendo la strada a qualcosa che supera il concetto di fede e approda su altri lidi, quelli dell’attenzione per il patrimonio culturale depositario di valori e tradizioni.
Con la Madonna del Carmine, infatti, e questo recupero prodigioso, «riuscito al di là di ogni previsione, dato il danneggiamento subito dalla Madonna e dal bambinello», come hanno riferito i restauratori, Sgurgola addiziona un altro prezioso luogo di culto unitamente all’eremo di San Leonardo, a quattrocento metri di altezza e incastonato nella montagna che domina e protegge il borgo; l’eremo di San Nicola più in basso; la Rava di Santa Maria di recente collocazione e fortemente voluta dal sindaco, Antonio Corsi, nel punto più alto della montagna. Custode di fede e tradizione religiosa, Sgurgola potenzia cosi la propria vocazione del culto in un binomio tra sacro e profano, dove anche lo spirito più ribelle trova sollievo e cura nel culto stesso dei santi e della Vergine.
Un filo conduttore tra presente e passato reso ancora più forte dalla presenza di questi due giovani missionari: padre Efrain, 50 anni, e padre Alberto, 41, entrambi colombiani e, sullo sfondo, don Agostino Santucci, parroco storico, visibilmente commosso tra i banchi della chiesa durante la presentazione del progetto di restauro. Vero colosso della comunità non avrebbe «mai creduto – ci ha confessato – che quella statua, ricevuta in staffetta dal precedente parroco, don Angelo, un giorno sarebbe tornata a splendere».

La Madonna del Carmine invece, con i suoi gioielli e vesti di stoffe damascate e vermiglie, lontana dalle statue a stampo a cui siamo abituati, pur mancante di una mano e di un piede di legno si erge fiera, con lo sguardo pieno di umanità e quasi quasi a dirci che nella vita, nonostante la perdita e l’emarginazione o la sconfitta, si può ripartire e rialzarsi fieri e fiduciosi nel domani. Un messaggio di forte impatto sociale e che suggerisce anche qualcosa di più forte.
Nel vedere le immagini del ritrovamento della Madonna del Carmine senza chioma e piegata sul lato della teca il pensiero va alle tante donne i cui corpi straziati sono stati ritrovati dopo essere stati brutalmente dissacrati ed uccisi da mariti e compagni. Decine e decine di donne e bambine massacrate e gettate come sacchi di immondizia in ogni angolo di questa Italia che segna amaramente un’epoca macchiata dall’infamia del femminicidio.
Ricollocare la Madonna del Carmine sull’altare, dopo averle ridato la dignità del volto e delle vesti, ecco che in qualche modo ci porta a pensare che la donna torni ad occupare il posto in cui merita di stare. Non al centro del focolare, non nell’immagine univoca di moglie e madre ma di donna fiera e coraggiosa che con dignità si presenta dopo averne passate tante. Torna dall’oblio e dall’angolo buio e sporco dove era stata tristemente abbandonata per dare voce e giustizia a tutte le persone dimenticate, abusate e straziate da mani assassine, segnando forse un’epoca di speranza e di ritrovati valori comunitari.










