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Su Netflix la serie sul “Mostro di Firenze” racconta l’Italia e le nostre paure

Dopo il successo di “Suburra” e “Romanzo criminale”, Stefano Sollima affronta l'oscuro caso di cronaca. Senza sensazionalismo né voyeurismo

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Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Raccontare la storia del “Mostro di Firenze” senza esaltare quanto accaduto risulta essere sempre difficile. Ogniqualvolta si riapre il ricordo o la narrazione di questa vicenda terribile riaffiorano le stesse immagini: fascicoli ingialliti, foto macabre e in bianco e nero e soprattuto le varie notizie riportate dai tg con i giornalisti che pronunciano la parola «mostro». Stefano Sollima, regista e sceneggiatore italiano conosciuto per il suo successo con serie televisive e film di successo come Romanzo criminale – La serie, Gomorra – La serie e Suburra, decide di affrontare una tra le vicende più inquietanti della cronaca italiana, con eleganza e coraggio. 

Con “Il Mostro”, la sua nuova serie per Netflix presentata alla mostra del cinema di Venezia, sposta l’attenzione dello spettatore dal colpevole ad un insieme di persone che potrebbero essere sospettate di essere l’artefice di questi macabri avvenimenti. Il risultato è un racconto che indaga la paura, ne segue ogni movimento dall’inizio alla fine, mostrandoci ciascun sospettato e tutte le circostanze che hanno portato ogni indagato ad essere ritenuto il presunto colpevole. 

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Tra il 1968 e il 1985, una serie di omicidi brutali sconvolse la Toscana. Otto coppie vennero assassinate, mentre si trovavano nei dintorni di Firenze nelle loro auto in momenti di intimità, sempre con la stessa pistola: una Beretta calibro 22. 

Un insieme di tragedie che per quasi vent’anni paralizzò il paese, alimentando storie, depistaggi e paure. L’assassino (o gli assassini) non fu mai identificato con certezza: il fatto è nella memoria collettiva italiana come uno dei misteri più grandi mai risolti del Novecento. Ed è proprio da qua che il regista decide di iniziare il suo racconto, attraverso la narrazione di come il tutto sia divenuto un caso nazionale. 

La serie, composta da quattro episodi, attraversa le varie piste che hanno segnato le indagini, concentrandosi in particolare modo sulla pista sarda, che fu quella più lunga e controversa, attraverso anche una serie di processi. Sollima sceglie di raccontare non tanto chi sia il presunto colpevole ma come ogni ipotesi diventi un racconto autonomo, capace di generare nuove ossessioni e sospetti.

La narrazione si ferma alle prime fasi dell’inchiesta, prima che entrino in scena Pietro Pacciani e i cosiddetti “compagni di merende”. Le loro figure compaiono solamente nel finale come delle ombre. L’Italia che decide di raccontare il regista è quella figura di un paese che si presenta con un’immagine profonda, ignorante e maschilista che si nasconde dietro le persiane. 

Ogni episodio scava in un punto diverso del caso, ma anche dentro il modo in cui abbiamo imparato a raccontarlo: la stampa, la televisione, le chiacchiere, le teorie improvvisate nei bar. È un ammasso di voci e teorie che restituisce il clima di un Paese che, allora come oggi, preferisce la certezza alla complessità. L’Italia che vuole chiudere la storia, non capirla, che ha paura del dubbio più che del male stesso.

In tempi di processi in diretta social e indignazioni istantanee, “Il Mostro” ci costringe a rivedere il nostro rapporto con il sospetto e con la verità. Non è solo una serie su un assassino mai identificato, ma un racconto sull’Italia e sulle nostre paure.

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Aurora Carraturo
Aurora Carraturo
Sono nata in Belgio, a Bruxelles, dove ha sede il Parlamento europeo. Ho studiato lingue e parlo francese, inglese e spagnolo. Attualmente studio comunicazione pubblica e d'impresa presso l'università La Sapienza. Mi piace leggere, guardare i film e le serie tv. Amo lo sport e, infatti, seguo la Formula 1 e tanti altri sport come il basket, il calcio e la scherma. Ho praticato scherma per 10 anni a livello agonistico e continuo a guardarla in televisione.
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