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C’era un punto, lungo la costa di Torre Sant’Andrea, in cui il cielo imparava a passare attraverso la pietra. Un varco naturale, scavato dal tempo e dalla pazienza delle onde, che gli uomini avevano chiamato Arco degli innamorati. Non per leggenda, ma per istinto: perché sotto quella curva perfetta il mare sembrava parlare la lingua delle promesse.

Per me non era soltanto un luogo. Era un appuntamento silenzioso. Sono profondamente affezionato a quel tratto di costa: ci tornavo ogni volta che avevo bisogno di rimettere ordine nei pensieri, di ascoltare il vento senza dover rispondere a nessuno. Lì ho lasciato parole non dette, risate leggere, attese. L’ultimo ricordo che ho di quell’arco risale al 6 gennaio di qualche anno fa. Nevicava quel giorno, faceva freddo, eppure quel luogo sapeva infondermi calore. Anche tra il gelo e la neve, la roccia e il mare parlavano con una voce che scaldava il cuore.
Nella notte tra sabato 14 e domenica 15 febbraio scorsi, mentre l’inverno stringeva i denti sul Salento e il vento correva senza briglie sull’Adriatico, qualcosa ha ceduto. Non con fragore epico, ma con la determinazione silenziosa delle cose antiche che hanno finito il loro tempo. La mareggiata ha bussato ancora una volta, come aveva fatto per secoli. Ma questa volta la roccia ha risposto lasciandosi andare.
All’alba, dove prima la pietra incorniciava l’orizzonte, c’era solo il vuoto. Massi spezzati, calcare frantumato, l’acqua che si richiudeva su se stessa come se volesse nascondere l’accaduto. L’arco non era più un arco: era memoria dispersa in fondo al mare.
Eppure non è crollata soltanto una forma. È caduto un gesto. Quel ponte immobile tra due lembi di scogliera, quella finestra spalancata sull’infinito, era diventata negli anni una grammatica sentimentale. C’erano fotografie scattate al tramonto, baci rubati al controluce, richieste di matrimonio sospese tra vento e salsedine. C’era chi arrivava da lontano per attraversarlo in kayak, chi restava seduto a guardarlo cambiare colore con le stagioni.
La pietra, si sa, non è eterna. È lenta. Respira in millenni, si assottiglia in silenzio, cede quando l’acqua trova la sua crepa. L’erosione non ha fretta: lavora come fanno i pensieri più ostinati. E negli ultimi anni il mare si è fatto più impaziente, le tempeste più improvvise, le piogge più dure. Il paesaggio, che crediamo immobile, in realtà è un organismo fragile.
Oronzo Maurizio Cisternino, sindaco di Melendugno, comune all’interno dei cui territorio ricade l’area di Torre Sant’Andrea, ha parlato di un danno enorme per tutto il Salento. Ma la parola “danno” sembra piccola davanti a ciò che si prova. Perché quando scompare un simbolo naturale non perdiamo soltanto un’attrazione, perdiamo una consuetudine dello sguardo. Perdiamo il punto esatto in cui eravamo abituati a riconoscerci.
Per me è come se fosse venuta meno una finestra privata sul mondo. So che la natura segue i suoi ritmi, che nulla è immobile davvero. Eppure sapere non consola. Resta una fitta, sottile e salata come l’aria di quelle mattine, quando il sole accarezzava la roccia e tutto sembrava eterno.
Ora la costa di Torre Sant’Andrea ha un’altra linea, un’altra ferita. Ma il Salento conosce il linguaggio delle perdite: è una terra che ha imparato a restare luminosa anche quando qualcosa si spezza. Forse l’arco continuerà a vivere nei racconti, nei quadri appesi nelle case, nelle fotografie ingiallite, nei ricordi di chi, almeno una volta, ha visto il mare passare attraverso la pietra.
E dentro di me continuerà a esistere così: come un varco di luce, come un luogo amato che non smette di appartenerti, anche quando non puoi più attraversarlo.









