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Gli alberi di Roma sono un patrimonio insostituibile della Città Eterna. Lo afferma Annarosa Mattei Strinati, studiosa e scrittrice, autrice tra gli altri del libro “Sogno notturno a Roma (1871-2021)”, in cui racconta le devastazioni urbanistiche e del verde subite dalla città a partire dalla fine dell’Ottocento e ricorda il legame profondo che nei secoli ha unito il cuore archeologico di Roma con il verde. E critica alcune scelte che, iniziate anni fa, hanno portato all’eliminazione di una parte non secondaria del patrimonio arboreo del centro storico cittadino, con un lungo strascico di polemiche e contestazioni, anche in questi giorni.
Qual è il rapporto tra Roma e gli alberi. Perché il verde ha avuto un ruolo così importante nella storia della città?
«Gli alberi non sono mai stati semplicemente elementi decorativi, ma hanno rappresentato una parte fondamentale dell’identità di Roma. Fin dall’antichità il verde era considerato un elemento capace di unire natura, religione e vita civile. Nel progetto di rifondazione della città voluto dall’imperatore Augusto, gli alberi furono inseriti negli spazi più importanti, diventando simboli di ordine, bellezza e continuità con il passato».
Può farci qualche esempio del ruolo degli alberi nell’età augustea?
«Un esempio significativo è rappresentato dalla casa di Livia Drusilla sul Palatino, dove un grande affresco raffigurava un giardino ricco di piante, alberi da frutto, fiori e uccelli, quasi come se fosse un vero spazio naturale. Anche il Mausoleo di Augusto tutto intorno era circondato da boschi sacri ed era cinto sulla sommità da una corona di alberi, probabilmente cipressi, scelti per il loro significato simbolico: grazie alla loro altezza e alla loro longevità rappresentavano l’eternità e il legame tra la terra e il cielo, valori importanti per la famiglia imperiale. Peccato che ora, con gli ultimi interventi, i cipressi siano stati abbattuti e sia stata realizzata intorno una spianata di travertino».


Nell’antica Roma esisteva anche un rapporto sacro con i boschi?
«Sì, i boschi sacri, chiamati luci, erano luoghi protetti dalla religione romana. Gli alberi non potevano essere abbattuti liberamente e la loro cura era affidata ai sacerdoti. Questi luoghi erano considerati abitati da divinità, ninfe e altre entità sacre. Il rapporto tra uomo e natura era quindi basato sul rispetto e sulla consapevolezza del valore spirituale del paesaggio».
Oltre ai boschi sacri, quali altri spazi verdi caratterizzavano la Roma antica?
«Verde e alberi a Roma erano molto diffusi e importanti. La vegetazione era parte integrante dell’urbanistica. Molte domus avevano giardini interni (viridaria), ma esistevano aree verdi pubbliche come il Campus Martius e altre ancora. I parchi privati delle ville all’interno della cerchia muraria urbana venivano definiti horti, grandi giardini che univano natura e cultura. Alcuni, come gli Horti Lamiani o gli Horti Maecenatis, erano luoghi raffinati con viali alberati, fontane, statue e ninfei. Non erano solo spazi di bellezza, ma anche luoghi dedicati allo studio, alla conversazione e al tempo libero delle persone colte».
Questo legame tra città e natura è rimasto anche nei secoli successivi?
«Sì. Anche dopo la fine dell’Impero romano, Roma ha continuato a essere caratterizzata dalla presenza del verde. Nel corso dei secoli, come a voler riecheggiare quelle antiche, sono state edificate numerose ville storiche circondate da parchi e giardini, che hanno creato una sorta di cintura verde all’interno della città. Ancora oggi possiamo ammirare questo patrimonio in luoghi come Villa Borghese, Villa Celimontana e Villa Doria Pamphilj».
Nel suo libro “Sogno notturno a Roma (1871-2021)” lei critica alcune trasformazioni urbanistiche avvenute nel centro di Roma. A cosa si riferisce?
«Mi riferisco soprattutto agli interventi realizzati tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, quando Roma divenne capitale dell’Italia unita. Per creare grandi spazi monumentali furono demoliti interi quartieri storici. Alla fine dell’Ottocento la costruzione del Vittoriano costò l’abbattimento di ampie sezioni abitate a ridosso del colle del Campidoglio; quella della via dell’Impero, oggi via dei Fori Imperiali, negli anni Trenta, comportò la distruzione del quartiere Alessandrino. In entrambi i casi scomparvero case, botteghe, chiese e strade che facevano parte della vita quotidiana della città».
Quale fu la conseguenza di queste grandi demolizioni?
«Già alla fine dell’Ottocento il centro di Roma cambiò profondamente. Venne demolita l’intera area capitolina (vale a dire il rione Campitelli), lo stesso storico colle, fino ad allora ricoperto di verde, orti e antichi edifici, come la Torre di Paolo III, venne devastato da abbattimenti. Al posto delle aree vive e abitate si aprì una smisurata piazza Venezia, vuota e informe, destinata soprattutto ad essere platea del monumento al re sabaudo e spazio politico celebrativo. Tuttavia, questi spazi apparvero subito troppo ampi e rischiavano di apparire vuoti. Per questo motivo il verde diventò fondamentale per ridare equilibrio e armonia all’ambiente urbano orribilmente manomesso».
Quale ruolo ebbe l’architetto paesaggista Raffaele De Vico?
«De Vico ebbe un ruolo molto importante perché progettò, negli anni Trenta, le sistemazioni verdi intorno a Piazza Venezia e lungo la via dell’Impero, proprio per ridare coerenza ed equilibrio armonico agli enormi spazi vuoti creati dagli sventramenti. Creò giardini e filari di alberi con pini, lecci, allori e mirti, riuscendo a trasformare zone monumentali e spoglie in spazi più accoglienti. Gli alberi divennero una sorta di collegamento tra la città moderna e le sue antiche rovine».
Cosa è successo negli ultimi decenni a questi spazi verdi?
«I due giardini progettati da De Vico ai due lati della strada, come dei veri e propri boschi urbani, sono definitivamente scomparsi. Una campagna di scavi, iniziata dopo la metà degli anni Novanta in vista del Giubileo del 2000 e ancora oggi in corso, li ha totalmente abbattuti. Trent’anni di scavi, definiti di studio e che in quanto tali, una volta “studiati”, avrebbero dovuto essere ricoperti, si sono risolti nella devastazione di una preziosa area verde e alberata, punto di incontro e ristoro di molti cittadini di ogni età. La via, nel suo insieme storico, archeologico e ambientale, era stata vincolata nel 2001 dal Soprintendente di Stato, architetto Ruggero Martines, nonostante i due boschetti urbani fossero già perduti. Ciononostante, gli scavi sono proseguiti fino ad oggi, con la totale distruzione dell’area verde di Largo Corrado Ricci e lo smantellamento di via Alessandrina. I cantieri della Metro C, di cui per anni, inutilmente, si era chiesto di modificare la tratta, indirizzandola dal raccordo del Circo Massimo verso il Lungotevere, hanno completato l’opera di totale devastazione. In tal modo un’area, che era sempre stata e dovrebbe ancora essere luogo di percorrenza e reale vita cittadina, è diventata luna park di orde di turisti confusi. Il risultato attuale, assolato e spoglio, è triste e desolante. La via, tra cemento, asfalto e cantieri, impercorribile durante l’estate, è stata del tutto cancellata dalla memoria cittadina».
La tutela archeologica e quella del verde devono necessariamente entrare in conflitto?
«Non dovrebbe essere così. La conservazione dei monumenti è fondamentale, ma anche gli alberi fanno parte della storia e del paesaggio romano. Per secoli il verde ha accompagnato e valorizzato le rovine, contribuendo alla loro percezione e alla qualità della vita della città. Basti pensare alla storia del Palatino e di un maestro come Giacomo Boni, che ha tutto pensato e progettato insieme agli esperti dell’Orto botanico. È necessario trovare un equilibrio tra protezione archeologica e rispetto dell’ambiente che agli attuali addetti alla conservazione appare impensabile.
Anche la zona della Domus Aurea presenta questo problema?
«Sì. Il Colle Oppio è sempre stato caratterizzato dalla presenza di giardini e alberature. Nel Novecento Raffaele De Vico progettò un parco con pini, cipressi, oleandri, rose, mirti e allori, fontane, creando un ambiente capace di valorizzare i resti della Domus Aurea e delle Terme di Traiano e di accogliere i cittadini. Oggi però alcuni interventi di restauro ambientale annunciati potrebbero ridurre la presenza del verde, considerandolo soprattutto un problema per la conservazione delle strutture archeologiche. In questo senso occorre esercitare la massima vigilanza da parte dei cittadini».
Qual è quindi il messaggio che si sente di lasciare all’attuale amministrazione del Comune di Roma che è intervenuta con numerosi abbattimenti di alberi storici?
«Il messaggio è che Roma deve essere considerata come un insieme inseparabile di storia, natura e memoria millenaria. I monumenti isolati dal contesto ambientale non hanno senso, sono lettera morta. È il paesaggio che li circonda a costruire il loro significato. Difendere gli alberi e il verde del centro storico di Roma significa difendere una parte importante dell’identità cittadina e della sua bellezza unica. Soprattutto significa difendere la vita del suo nucleo più antico che, nelle epoche passate, non è mai stato ridotto a deserto e a pietra, né può esserlo ora».









