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Referendum e democrazia: le insidie dell’astensionismo

Segretezza del voto e dovere dei partiti di argomentare tesi per avere consenso: sono i due cardini democratici in pericolo con l’astensione

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Un'immagine della campagna elettorale per il referendum sul divorzio del 1974

A urne chiuse e silenzio elettorale terminato, quando dovrebbe essere il tempo dell’analisi e della riflessione non più influenzate dai toni della campagna elettorale, si può serenamente fare una dichiarazione di voto: sono andato a votare per i cinque referendum e ho votato cinque “No”, perché fermamente convinto che i quesiti referendari fossero strumentali allo stravolgimento dell’equilibrio del sistema giudiziario efficacemente delineato dai Costituenti. Immagino ora il coro delle obiezioni: perché allora non ti sei astenuto dal voto, contribuendo a far fallire i referendum? La risposta è netta: per tanti validi motivi, tutti connessi al valore della democrazia e al suo concreto delinearsi, oggi e domani. Che cerco ora di spiegare.

Referendum, un diritto applicato con 22 anni di ritardo

La legge sui referendum, in applicazione di quanto disposto dall’articolo 75 della Costituzione, risale al 1970: 22 anni dopo l’entrata in vigore della Carta. Una legge approvata su pressione di alcuni ambienti politici cattolici conservatori e della destra, contrari alla legge sul divorzio. Dopo 22 anni, quindi, si è data attuazione a una disposizione costituzionale solo perché necessaria per poter successivamente proporre il referendum abrogativo che, effettuato nel 1974, segnò una storica vittoria dei “No” all’abolizione del divorzio (59,3% dei voti) con l’affluenza record alle urne dell’87,7%: ancora oggi la più alta mobilitazione popolare per un referendum abrogativo.

Il fatto che le leggi, anche quelle di attuazione della Costituzione, in Italia si facciano soprattutto in base all’opportunità politica del momento la dice lunga sull’attenzione al pieno dispiegamento delle garanzie democratiche. Garanzie che i Costituenti, appena usciti dal tunnel della dittatura fascista e dall’umiliazione di un Parlamento ridotto a un «bivacco di manipoli», avevano invece ben completamente delineato. Anche con previsioni costituzionali come quella contenuta nell’articolo 48 della Carta, nella frase in cui si afferma che l’esercizio del voto è un «dovere civico».

Voto, un dovere civico

Un principio costituzionale, quello del voto come dovere civico, che ha trovato attuazione con gli articoli 4 e 115 del Decreto del Presidente della Repubblica numero 361 del 30 marzo 1957: «L’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese[…]»; e ancora: «L’elettore che non abbia esercitato il diritto di voto, deve darne giustificazione al sindaco […]. L’elenco di coloro che si astengono dal voto […] senza giustificato motivo è esposto per la durata di un mese nell’albo comunale. […] Per il periodo di cinque anni la menzione “non ha votato” è iscritta nei certificati di buona condotta».

Questo obbligo di assolvere a un dovere civico, unito al ruolo assunto dai partiti politici come “corpi intermedi” tra i cittadini e le istituzioni, e quindi responsabili della formazione sia della coscienza sociale sia di una classe dirigente competente e responsabile, ha prodotto una partecipazione popolare sempre alta alle elezioni, di qualunque natura esse siano state. Obbligando di fatto i partiti a dover argomentare approfonditamente le loro tesi, per ottenere il consenso più largo possibile in un contesto di partecipazione elevata di cittadini interessati e ben informati.

L’abdicazione dei partiti al loro ruolo di “corpi intermedi”

L’impeto distruttivo del solido impianto costituzionale che, dagli anni Novanta in poi, ha caratterizzato una politica sempre più volta alla semplificazione e alla banalizzazione del dibattito, ha portato a far sì che quell’obbligo civico fosse abolito con una norma del 1993. Contribuendo così ad allontanare i cittadini dall’esercizio del voto. E permettendo a quella politica volta al “semplice” e al “banale” di dover “faticare” molto meno di prima, dovendo rincorrere il consenso di votanti in numero sempre più basso e con esigenze di comprensione di argomentazioni sempre più, manco a dirlo, anch’esse semplici e banali.

È stata così snaturata la previsione che i Costituenti avevano fatto nel comma 4 dell’articolo 75 della Costituzione: «La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi». L’astensione al referendum è diventata così, potendo contare su uno “zoccolo duro” sempre più forte di disinteressati al voto a prescindere dalla consultazione, un valido strumento nelle mani di chi si oppone al quesito referendario per farlo fallire. Senza più prendersi la briga di spiegare ai cittadini le ragioni del “No”.

Il desolante silenzio nelle ultime campagne elettorali referendarie è la cartina di tornasole dell’abbandono, da parte dei partiti, del loro ruolo di “corpi intermedi” e la loro riduzione a banali comitati elettorali, che sanno mobilitarsi solo per la raccolta di preferenze alle amministrative.

Due pericoli per la democrazia

Ma non c’è solo la fine del dibattito politico e delle idee come conseguenza di questa scelta astensionista. Ci sono due grossi pericoli per le basi della democrazia: la perdita di coscienza del valore del diritto di voto e la sua segretezza.

Sì, la segretezza: quell’elemento che rende davvero libero il cittadino-elettore di esprimersi secondo coscienza. Se votare non è più un dovere ed è legittimo astenersi per manifestare la propria volontà, il voto non è più segreto: si sa già, con buona approssimazione, come la pensa chi va a votare e chi resta a casa. Un fatto che può rappresentare un potente “controllo del voto” soprattutto nelle piccole comunità locali.

È tanto vero, quest’ultimo aspetto, che nella tornata elettorale amministrativa di questo 12 giugno il legislatore ha provveduto ad abbassare dal 50 al 40% il quorum di votanti necessario perché sia valida la consultazione nelle elezioni di sindaco e consiglio comunale dei piccoli comuni (fino a 15mila abitanti), quando siano presentati un solo candidato alla carica di primo cittadino e una sola lista a suo sostegno.

Un provvedimento che solo in parte, però, tutela la segretezza del voto. È anche per questo che occorre sempre andare a votare: la segretezza del voto è un elemento che va tutelato. Per questo occorrerebbe che il legislatore pensasse a nuove previsioni, più restrittive per gli “astensionisti” strumentali, per l’invalidità di una consultazione. Per esempio, basterebbe prevedere che vi possa essere invalidità solo se il numero delle schede bianche e nulle supera quello delle schede votate. Come, opportunamente, è stato stabilito in questa tornata elettorale, come elemento aggiuntivo rispetto al voto del 40% degli elettori, per la validità della consultazione nei piccoli comuni dove si presenta una sola lista.

Una riforma per cittadini e partiti che dialoghino da “adulti”

Una previsione come quella che abbiamo appena esposto, applicata anche ai referendum, raggiungerebbe due scopi, fondamentali per la tutela della democrazia: assicurare la segretezza del voto e dare un contributo perché i partiti tornino ad essere “corpi intermedi”, dovendosi mobilitare per spiegare le loro ragioni (ma soprattutto ad elaborarle, queste ragioni, cosa che non appare affatto scontata). Magari abbassando ulteriormente, meno del 40% ora previsto per i piccoli comuni, il quorum minimo dei votanti. E alzando il limite minimo, attualmente previsto dall’articolo 75 della Costituzione, di 500mile firme di elettori necessarie per proporre un referendum abrogativo: un disincentivo a proporre quesiti di scarso interesse per i cittadini.

Noam Chomsky, filosofo e linguista statunitense, ritenuto uno dei maggiori intellettuali del nostro tempo, ha elaborato la teoria delle «dieci strategie per la manipolazione attraverso i mass media» che, secondo lui, esercitano le élites politiche ed economiche. La sua teoria è esposta nel suo saggio “Armi silenziose per guerre tranquille”. La quinta di queste strategie è da lui definita “Rivolgersi al pubblico come ai bambini“. «Se qualcuno – dice Chomsky – si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno».

Ai bambini, sprovvisti di senso critico, non è necessario dare molte spiegazioni e argomentare le proprie ragioni. Perché i bambini non hanno “abitudine” a votare.

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