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Giorgia Bazzanti, autrice, cantautrice, performer, vocal coach e produttrice artistica, è attesa il 10 gennaio nel quartiere di Testaccio, a Roma, a Spazio 45 per il monologo reading teatrale Circe e la presentazione di Stregonerie contemporanee, il suo audiolibro uscito lo scorso settembre e definito dalla stampa “un’esperienza unica nel panorama editoriale italiano”.
Un lavoro, quest’ultimo, che stando alle parole del filosofo, scrittore, docente e curatore della prefazione Sergio Guarente «si propone come una sorta di diario virtuale al contempo artistico e personale, espressione di una ricerca intrisa di grazia e determinazione, da cui emerge la profondità dello sguardo dell’autrice, definibile quale una ‘aeda contemporanea’, il cui canto si riverbera nell’emozione di un racconto denso della ricchezza di una personalità multiforme».
Giorgia, Circe è una figura mitica che nel tuo lavoro diventa profondamente contemporanea. Nel dialogo con Stregonerie contemporanee che tipo di strega emerge nel nostro presente?

«La Circe di questo spettacolo è un monologo scritto da Alessandro Pertosa e diretto da Andrea Anconetani, con le musiche di Frida Neri (produzione Nuovi linguaggi). Il lavoro accurato, condiviso con il regista e il drammaturgo, mi ha permesso di attraversare a fondo questo personaggio fino a renderlo profondamente mio. Circe per me rappresenta “l’Altra” nel senso più profondo del termine: una “dea strega dalla voce mortale”, diversa perché libera, fascinosa oltre ogni immaginario prestabilito, aperta a diverse possibilità».
«Una figura dunque contemporanea che incarna l’archetipo di strega su cui si basa il mio stesso audiolibro: un simbolo moderno di indipendenza, consapevolezza, autenticità ed emancipazione da ogni convenzione imposta. Nel mito, che è sempre materia del presente, Circe risulta forte anche nel dolore, sempre così umana e dunque così reale, viva e pulsante, perfino nel suo essere immortale. Per la data di Roma, ci sarà infatti anche la presentazione di Stregonerie contemporanee (G StudioLab edizioni & produzioni): dialogherò insieme al regista e, nella stessa sera, abiterò dunque le vesti sia di performer sia di autrice».
Il reading occupa uno spazio sospeso tra teatro e narrazione: cosa ti affascina di una scena che si costruisce mentre accade e che rapporto c’è, per te, tra parola, corpo e suono?
«Amo particolarmente questa tipologia. Anche il mio audiolibro è infatti concepito come fosse una performance reading, proprio come i monologhi teatrali che interpreto. Una formula che richiede un grande lavoro vocale, mentale e fisico. Si tratta di un teatro essenziale, un luogo appunto sospeso dove la voce diventa presenza e la parola prende spazio diventando un corpo scenico. Un tempo di ascolto che si nutre di un atto puro, quello della lettura unita all’interpretazione. Un ritorno all’oralità con una consapevolezza scenica contemporanea, dove la voce non solo racconta ma crea una dimensione performativa, restituendo alla parola tutta la sua forza viva. Una forma “minima”, tra intimità e rappresentazione, che crea immaginari “massimi”. La voce non veicola semplicemente la parola ma ne costruisce il ritmo, la dinamica, la profondità emotiva e dunque l’atmosfera. Il corpo la sostiene costantemente, sia a livello tecnico sia interpretativo: tra postura, respiro, propriocezione e suono, rende la parola credibile attraverso gesti, movimenti, espressione ed interpretazione, e la rende dunque viva. Ogni elemento vocale e canoro/musicale ma anche ogni silenzio diventa materia scenica. La voce rende particolarmente unico questo tipo di lavoro perché, essendo l’elemento centrale, restituisce l’identità e l’autenticità sia della persona sia del personaggio».
Guardando allo spettacolo del 10 gennaio, alle 21, che tipo di esperienza ti auguri viva il pubblico: più un ascolto intimo o un attraversamento emotivo e sensoriale?
«Mi auguro che il pubblico possa immergersi in entrambe le dimensioni: un ascolto intimo e raccolto, e, allo stesso tempo, un attraversamento emotivo e sensoriale, personale e partecipato. Mi affascina, in generale, l’idea di poter accompagnare la platea dentro la scena, dentro la voce e dentro le stesse parole, come un’esperienza condivisa. Un luogo e un tempo da vivere, una relazione magica tra chi è in scena e chi ascolta, nello stesso spazio emotivo».










