La compagna istiga, la madre della vittima organizza il delitto ed entrambe lo eseguono, alternandosi in ruoli e tempi differenti. Questo è ciò che è trapelato, sin dalle prime dichiarazioni, su Alessandro Venier, l’uomo ucciso e fatto a pezzi a Gemona dalla madre, Lorena Venier, e dalla compagna, Maylin Castro Monsalvo.
L’opinione pubblica si è divisa in due: una parte chiede giustizia e non approva la misura concessa alla Monsalvo, che ha potuto accedere a una struttura protetta, alternativa alla detenzione, per poter accudire la bambina di sei mesi avuta dalla vittima; dall’altra coloro che, tra le righe, lasciano trapelare che, per quanto efferato, il movente del delitto sia la necessità di liberarsi da un uomo violento senza attendere i tempi delle istituzioni.
La dinamica che si osserva nel caso di Gemona del Friuli, ha innescato una reazione pubblica disturbante ma non inedita: il processo si sta spostando dalla colpevolezza delle autrici al comportamento della vittima. Questo spostamento di attenzione, seppur spesso implicito, si muove tra bias culturali, dinamiche psicosociali e modelli inconsci.
I due errori percettivi
Il giudizio e la tentazione di mettere sotto accusa la vittima provengono da un errore percettivo del dato “controcorrente” che genera, inevitabilmente, una dissonanza cognitiva: quando la violenza è commessa da donne e rivolta a un uomo, si fa fatica a riconoscerla per ciò che è; la donna è solitamente associata ai gesti di cura, non alla crudeltà. La mente, al fine di ristabilire la normalità (o una sorta di ordine precostituito), fa in modo di consolidare il dato così come elaborato attraverso l’attenzione selettiva ai dati che confermino la teoria che riduce la responsabilità delle carnefici donne trasferendo la responsabilità dell’accaduto sulla vittima: ci si sente più sicuri pensando che la vittima «se la sia cercata» piuttosto che ammettere che una madre e una compagna possano avere ucciso a sangue freddo.
In seconda battuta gli uomini, nella narrazione dominante, sono spesso visti come potenziali aggressori, non come vittime. Un uomo che subisce violenza da una donna mette in crisi i nostri schemi culturali e, per nostra impostazione, siamo cognitivamente ed automaticamente portati a ordinare le informazioni ambientali in modo meno disturbante possibile: questo garantisce un maggiore senso di sicurezza e controllo. Nel caso specifico, è più immediato pensare che Alessandro Venier fosse in qualche modo provocatorio, oppressivo o ambiguo, che accettare la realtà: presumibilmente stava subendo abusi ed è stato ucciso da due donne, una delle quali era sua madre. A confermare l’aggressività della vittima, la passione per gli armamenti bellici, il possesso (di cui si vantava) di bombe a mano e un filmato che lo ritraeva mentre uccideva un gatto. A completare il quadro, l’aggressione ad un collega per il quale aveva perso il posto di lavoro.
Il trauma della mente collettiva
Nel nostro immaginario collettivo, culturale, religioso e simbolico, la madre è una figura intoccabile. Pensare che possa uccidere volontariamente un figlio adulto genera orrore e rifiuto. Di fronte a questo la mente collettiva si difende con un meccanismo di negazione e proiezione: si cerca un’altra colpa, un altro colpevole.
Un altro trauma dal quale ci si vuole proteggere è la caduta dell’illusione che la famiglia sia uno spazio sicuro. Il pubblico, per difendersi da questa angoscia, proietta il male sulla vittima, cercando un ordine in una realtà che ne è completamente priva. Il “processo alla vittima” del caso di Gemona non è, comunque, un caso isolato, ma un riflesso oscuro di come il nostro immaginario gestisce il trauma, la colpa e la violenza quando non seguono i copioni previsti.
Parlarne, denunciarlo, cambiare lo sguardo critico collettivo è un atto necessario per riconoscere che la violenza domestica non ha un solo volto, né un solo genere in questa situazione dove, probabilmente, il maschile non è mai diventato soggetto, ma semplicemente relegato a un ruolo di oggetto. Per questo, una volta deumanizzato, viene ridotto in pezzi di carne, come nei miti arcaici dove il sacrificio serve a restaurare un ordine perduto. Solo che qui, l’ordine non si ristabilisce: resta un buco nero nella struttura simbolica della famiglia.









