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Ci sono esistenze che non conoscono il punto fermo, ma continuano a vibrare oltre la linea del tempo, depositandosi nelle dita di chi ha condiviso una nota, uno sguardo, un’intuizione. La musica di Guido Di Leone è esattamente questo: una materia viva e imperitura, che sfugge alla ruggine del ricordo per farsi carne, presenza, luce condivisa.
Giovedì 6 agosto, il cortile dell’Ateneo di Bari si è trasformato nella culla di un racconto intimo e corale. La maestosa scatola marmorea dell’atrio, avvolta e accarezzata dalle vellutate luci bluastre dello scenario, ha raccolto una platea gremita in un’atmosfera sospesa e vibrante, restituendo un’acustica d’eccezione, resa profonda e avvolgente proprio dal perimetro delle antiche mura. In questo scenario incantato, per il terzo appuntamento della rassegna “Notti di Stelle Summer”, curata dalla Camerata Musicale Barese, la figura del chitarrista, compositore e didatta pugliese non è stata semplicemente commemorata con “I Remember You”. È stata rievocata, invocata, celebrata nella sua accezione più pura: come un’eredità artistica e umana che continua a generare bellezza.
Sul palco non un gelido altare di memoria, ma un’alchimia d’affetti e talenti d’eccezione riuniti sotto il nome di Walkin’ahead Octet. Un ensemble straordinario composto da compagni di vita, amici e colleghi di sempre: Francesca Leone, la cui voce porta con sé il peso e la grazia di una complicità profonda; Aldo Di Caterino, raffinato alle trame del flauto traverso; Fabrizio Bosso ed Alberto Di Leone, capaci di accendere l’aria con i loro squilli lucenti e ricchi di pathos alle trombe; Roberto Ottaviano, che con la voce autorevole del suo sax intesse dialoghi di profonda liricità; Vito Di Modugno, ad assicurare alle fondamenta sonore del gruppo la calda vitalità dell’organo Hammond e del basso; Bruno Montrone, la cui toccata al pianoforte dona eleganza e nitidezza armonica ad ogni passaggio, insieme al pulsare ritmico sensibile, vigoroso e misurato della batteria di Mimmo Campanale. Otto sguardi, otto voci soliste capaci di fondersi in un unico, grande respiro.



L’esplorazione del repertorio di Guido Di Leone ha svelato la natura poliedrica e mai imbrigliata della sua scrittura. Dalla solarità elegante ed evocativa delle sonorità brasiliane di Bolsa Nova e Beija Flor, fino alle malinconiche sfumature bossa e al lirismo intimista di Saudade a Salice, passando per le radici viscerali del blues e della tradizione afroamericana che pulsano in brani come Chester Blues, Blue Night e Mr. Montgomery. Non sono mancate le pagine più riposte e dense di poesia (da Palavras De Um Traidor ad Ending Folk Tale, da Four Brothers in Sofia fino a Vanette), composizioni che testimoniano una curiosità intellettuale mai doma, sempre tesa verso il dialogo e l’improvvisazione.
Ciò che è emerso con forza durante la serata non è stato soltanto il pregio tecnico di esecuzioni impeccabili, ma il modo medesimo con cui i musicisti sul palco si sono cercati, ascoltati, accolti: la testimonianza vivente dell’insegnamento di Duke Ellington, per cui «il jazz è un’eccellente sostanza espressiva della sensibilità umana», mezzo indispensabile e passione pura. In quel continuo gioco di rispondenze e cedimenti virtuosi è risuonata proprio questa verità: il jazz non come mero sfoggio di bravura individuale, ma come architettura della relazione, spazio sacro in cui ogni singola voce trova senso soltanto nell’eco dell’altra.
Sotto la direzione artistica del maestro Dino De Palma, la serata si è chiusa lasciando nel pubblico la certezza che Guido Di Leone non appartenga alle ombre del passato. Il suo magistero continua ad abitare i luoghi della didattica, a plasmare la sensibilità delle nuove leve e a rivivere ogni volta che la musica si fa gesto d’amore e di condivisione. “I Remember You” non è stato un epilogo, ma la conferma che certe impronte non si cancellano: continuano a indicare la strada.









