A volte il destino è beffardo. Puoi impegnarti per tutta la vita in imprese al limite delle capacità umane, essere ricordato da chi ha avuto la fortuna di lavorare con te come “l’uomo del sorriso”, detenere per tanti anni il record di permanenza non consecutiva nello spazio in quattro missioni, diventare il primo essere umano ad avere abbandonato l’orbita terrestre e, libero dall’attrazione gravitazionale del pianeta natale, ad esserti addentrato nello spazio extraterrestre. Ed essere ancora oggi l’essere umano (insieme ai due suoi compagni della sfortunata storica missione) ad essersi spinto più lontano, alla distanza maggiore alla quale nessuno è mai giunto prima. Né dopo.
Poi, però, passi alla storia e sarai per sempre ricordato da tutti per un fallimento e, soprattutto, per una frase mai detta nella realtà. O comunque non detta nello stesso modo in cui la finzione del cinema l’ha immortalata nell’immaginario collettivo. È quello che è successo a James Lovell, astronauta statunitense, uomo delle stelle e delle missioni impossibili, morto due giorni fa all’età di 97 anni. Jim per tutti, con quel diminutivo che serve a sentire anche un personaggio storico come fosse un vecchio compagno d’infanzia.
E Jim Lovell un compagno d’infanzia, anche se fisicamente e anagraficamente lontano, lo è stato veramente per chi negli anni Sessanta era ancora un bambino con la testa fra le stelle, con la fantasia che correva a briglie sciolte seguendo le prime avventure della conquista dello spazio. E con lo sguardo incantato rivolto alla Luna. Incomparabilmente bella, ma sfuggente, come spesso succede con chi ha il potere di possedere lo stesso seducente fascino che ha l’astro per eccellenza degli innamorati. Luna sfuggita per Jim e i suoi due compagni di viaggio sull’astronave che lui ha comandato nel viaggio dentro la storia, l’Apollo 13: Jack Swigert e Fred Haise.
“Il fallimento di maggior successo della storia”, è stata definita quella missione che ha proiettato Jim Lovell nella storia. Doveva essere la terza missione umana a sbarcare sulla Luna. Un traguardo che Jim Lovell attendeva e meritava, dopo aver partecipato ad altre tre missioni spaziali.
Luna, desiderata e sfuggente
La prima nel 1965, la missione Gemini 7 (che segnò il record di permanenza nello spazio) insieme a Frank Borman, avendo come riserva a terra Michael Collins, l’“americano de Roma” che diventerà il “primo uomo a non essere andato sulla Luna”, come pilota del modulo di comando dell’Apollo 11, perché rimasto in orbita lunare. La seconda nel 1966, Gemini 12, l’ultima della serie Gemini, insieme a Edwin Buzz Aldrin, che sulla Luna ci sbarcherà come secondo uomo della storia con l’Apollo 11, e con Jim Lovell insieme a Fred Haise rimasti a terra come membri dell’equipaggio di riserva. E infine, Jim ha partecipato anche alla missione Apollo 8, nel 1968, la prima nella storia a portare lui e i suoi compagni missione, di nuovo Borman e William Andrers, fuori dall’orbita terrestre, per il primo volo nell’orbita della Luna, primi umani a vedere con i propri occhi la faccia nascosta del satellite dell’amore.
Un’esplosione, per un malfunzionamento nella fase di miscelamento dell’ossigeno appena giunti in orbita, spezzò il sogno di arrivare sulla Luna a Jim Lovell e agli altri due a bordo dell’Apollo 13, il 13 luglio 1970 (erano le prime ore del 14 in Italia). Un incidente che poteva portare l’equipaggio a perdersi nello spazio o a esaurire il supporto vitale in breve tempo, ma che grazie a una mobilitazione tecnica straordinaria a terra e al lavoro dei tre astronauti in condizioni di stress mai sperimentate si trasformò in un grande successo. Orbitando intorno alla Luna per tornare poi indietro verso la Terra, l’Apollo 13 toccò quello che ancora oggi è il punto più lontano nello spazio mai raggiunto da esseri umani.
Missione fallita, ma l’incidente dimostrò la straordinaria capacità tecnica di gestione delle missioni spaziali, anche in una grave situazione di emergenza e forte rischio. Un’avventura straordinaria ed emozionante che nel 1995 è stata portata sul grande schermo grazie al film “Apollo 13” del regista Ron Howard, con Tom Hanks nei panni del comandante Jim Lovell.
La frase mai pronunciata
Ed è proprio a questo film che si deve l’ingresso nell’immaginario collettivo, e anche nell’uso comune che se ne fa per descrivere scherzosamente un momento problematico, della frase che invece, nella realtà, Jim Lovell non pronunciò mai, al momento dell’incidente dell’Apollo 13: «Houston, abbiamo un problema», per segnalare al controllo di missione a terra, a Houston appunto, l’incidente.
Quell’indicativo presente, «abbiamo», rende cinematograficamente drammatico di fronte agli spettatori il momento in cui l’azione arriva al climax. Nella realtà l’equipaggio dell’Apollo 13, passato il momento di incertezza e preoccupazione per l’esplosione, pensava (anche a tutela della propria serenità nell’operatività a bordo) di aver superato il momento critico.
Infatti, nella realtà fu Jack Swigert a informare via radio il controllo missione dell’accaduto con la frase: «Okay, Houston, abbiamo avuto un problema qui». Alla richiesta di conferma che arrivò da terra rispose il comandante Jim Lovell dicendo: «Uh, Houston, abbiamo avuto un problema. Abbiamo avuto un calo di tensione sul pannello principale B», facendo riferimento al calo di tensione elettrica conseguente all’esplosione. Una frase che difficilmente sarebbe entrata nella memoria collettiva né avrebbe dato al pubblico in sala il pathos con cui il film (due Oscar: miglior montaggio e miglior sonoro) rende molto bene quei giorni di grande tensione. E non avrebbe contribuito a proiettare Lovell nella storia meglio di come la “rielaborazione” cinematografica ha fatto.
«Dovete crederci»: il fallimento non è la fine
A volerla dire tutta, il film romanza anche un’altra frase divenuta storica: quella che di fronte agli addetti al controllo missione a Houston, sgomenti per il momento drammatico, pronunciò il loro capo, Gene Kranz, per stimolarli ad agire e infondere loro fiducia.
«Il fallimento non è un’opzione», recita l’attore Ed Harris, che nel film interpreta Kranz. Dando al personaggio cinematografico quel piglio duro da “vincente” che disprezza i “perdenti” tanto caro a un certo modello americano ma che nulla ha a che vedere con il carattere e il ruolo storicamente avuto da Kranz, che giocò un ruolo fondamentale nel riportare a terra sani e salvi i tre astronauti. E che nella realtà esortò il suo personale con la frase: «Questo equipaggio torna a casa. Dovete crederci. E faremo in modo che accada».
Il fallimento fa parte delle vicende della vita. Impegnarsi per rimediare ai danni e per salvare vite umane è ciò che ognuno di noi, in squadra con tutti gli altri, deve avere come obiettivo. E crederci. Parole più che mai, oggi, attuali.
Jim Lovell e tutti gli altri protagonisti dei giorni drammatici della missione Apollo 13 ci hanno dimostrato che il fallimento non è la fine ma può essere, con l’impegno, l’inizio di una riscatto. Quella Luna tanto seducente e desiderata quanto sfuggente e irraggiungibile ora Jim l’ha raggiunta. E ci ritroveremo un giorno tutti lì, insieme: i bambini che sognavano le stelle negli anni Sessanta e quei grandi temerari che quelle stelle ce le hanno fatte sentire più vicine, insegnandoci che è con i sogni dei bambini che si perpetua ogni giorno la vita.









