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Nell’affascinante cornice del Cortile dell’Ateneo dell’Università “Aldo Moro” di Bari, la 33ª edizione della rassegna Notti di Stelle, targata Camerata Musicale Barese, giovedì 20 agosto ha regalato una serata di sublime intensità emotiva e denso spessore culturale. Round About Miles, il progetto originale nato dall’intesa intellettuale tra lo storico del jazz Ugo Sbisà e il sassofonista Roberto Ottaviano per celebrare il centenario della nascita di Miles Davis, si è rivelato ben più di un deferente omaggio: un autentico, radioso viaggio sonoro e narrativo dentro la parabola dell’icona statunitense che ha ridisegnato i confini del Novecento musicale, sulle onde del “secolo breve”, di cui Davis fu profeta.

Ad aprire la serata è stata la voce narrativa di Sbisà, autore di una eloquente drammaturgia, disegnata su un doppio registro. Da un lato affiora la dimensione intimista, in cui un Davis interiore affida al pubblico le sue confessioni più segrete: dalla venerazione per i giganti Parker, Monk e Coltrane, all’ammirazione per l’esistenzialismo europeo, fino alla folgorante intesa con Jimi Hendrix. Un sodalizio elettivo tra anime inquiete che sul finire degli anni ’60 dischiuse al trombettista i territori della svolta elettrica, prima che il destino spezzasse quella parabola visionaria. Dall’altro lato è emerso il ricordo vivo dello stesso Sbisà, che ha rievocato il loro storico incontro a Bari nel 1986 all’Hotel Ambasciatori: una trama di confidenze notturne, memorie riaffiorate nel buio e lucide incursioni nell’essenza più recondita e transculturale del linguaggio musicale.
Nella dimensione strettamente musicale, lo spettacolo ha trovato la sua vertigine universale nelle architetture sonore modellate da un sestetto di statura eccezionale. La tromba limpida, tesa e magnetica di Flavio Boltro e il sassofono espressivo e rigoroso di Roberto Ottaviano hanno intessuto dialoghi di fulgida brillantezza e straordinaria inventiva. A sostenerli, una sezione ritmica dall’affiatamento impeccabile e viscerale, mossa dal pianismo colto e raffinato di Eugenio Macchia, dal contrabbasso profondo e terrestre di Giuseppe Bassi e dalla batteria di Lorenzo Tucci, vera e propria fornace di propulsione e precisione timbrica. Evitando con coraggio la mera replica museale, gli arrangiamenti curati da Ottaviano hanno attraversato oltre quarant’anni di visioni davisiane con disinvolta disobbedienza creativa, attingendo esclusivamente alla scrittura autografa del Prince of Darkness per scolpire un suono vivo, plastico e contemporaneo.
La scaletta ha riattraversato le architetture chiave della produzione del maestro di Alton con una tensione dinamica e magistrale. Dalle sofisticate trame modali e dai serrati echi bop di Solar, Fran Dance e Four, l’esecuzione si è snodata verso le conturbanti atmosfere cinematografiche di Générique, fino a esplodere nell’imprescindibile struttura di All Blues e nella travolgente carica di Milestones. Tra i momenti di più alta tensione lirica ha svettato un’interpretazione di ‘Round Midnight intrisa di una musicalità sinuosa, vellutata e complessa, capace di sospendere il tempo e avvolgere la platea in un’atmosfera d’incantata purezza sonora.
Altrettanto folgorante è stata la rilettura della stagione elettrica del maestro, culminata in un’esecuzione di Tutu dal drammatismo viscerale che, affrancato dalle patine sintetiche anni ’80 dell’originale, è fiorito in un’inedita veste acustica, tesa e ipnotica, sorretta da un titanico lavoro d’incastro poliritmico tra fiati e sezione ritmica. Dopo il vigore profondo di It’s About That Time, la serata è stata sigillata dal bis sulle note di Jean Pierre, suggello ideale, manifesto di libertà artistica, di una performance mossa dallo stesso spirito indomito di Miles Davis, scolpito nel suo dogma: «Per me la musica è un’incessante ricerca del cambiamento, non puoi continuare a suonare le stesse cose e rimanere vivo».










