di Marco Pugliese
Docente di matematica, giornalista, analista economico, presidente di OpenIndustria
Con la morte di Pippo Baudo non si spegne solo un uomo, ma una certa idea d’Italia. Se n’è andato l’ultimo grande di una grande televisione, quella che sapeva far sorridere e pensare insieme, che educava divertendo e non confondeva la popolarità con la superficialità.
Baudo era uno che arrivava dal nulla. Nato a Militello in Val di Catania, con gli occhi rivolti al futuro, sognava lo spettacolo quando ancora in Sicilia la tv era un miraggio. Ogni mattina davanti ai cancelli della Rai di via Teulada a Roma, non mendicava un’occasione: reclamava il suo destino. Non c’erano scorciatoie: solo tenacia, sacrificio, il coraggio di resistere a porte chiuse e giudizi taglienti.
La sua ascesa non fu un colpo di fortuna ma un cammino ostinato: un percorso che gli valse il soprannome di “Super Pippo”, ispirato dal noto personaggio dei fumetti. E questa è la sua lezione più grande: non si diventa qualcuno con quattro video sui social, ma privandosi ogni giorno di qualcosa, lottando contro se stessi prima che contro gli altri. La popolarità non era un algoritmo, era sudore e talento.
Una Tv specchio della società reale
Sul palco, Baudo incarnava l’Italia intera. Sapeva trasformare l’imprevisto in spettacolo: Louis Armstrong interrotto, un suicida fermato all’Ariston, gli operai dell’Italsider che irrompono a Sanremo. Con lui nulla era solo incidente: tutto diventava televisione, e la televisione era il Paese.
Nei suoi anni d’oro ha scoperto talenti come Grillo, Cuccarini, Pausini, Bocelli. Non era una battuta, «Questo l’ho scoperto io»: era un atto di orgoglio di chi sapeva riconoscere e nutrire il talento altrui. Con Fantastico ha acceso i sabati sera, con Domenica In ha fatto incontrare Moravia e Arbasino con la musica pop, dimostrando che intrattenere poteva voler dire anche coltivare cultura.
Tv pubblica: il Paese prima dell’audience
Non era facile, Pippo. Presenzialista, accentratore, uomo di carattere. Ma era autentico. Non apparteneva al mondo della tv commerciale: era la televisione pubblica, quella che pensava al Paese prima dell’audience.
Ora che se n’è andato, possiamo dirlo senza esitazioni: con Pippo Baudo si chiude un’epoca. Non resta solo il ricordo, ma una verità che oggi brucia più che mai: il successo vero non si improvvisa, si costruisce. Con lavoro, disciplina, sacrificio.
Se ne va un pezzo d’Italia che rimpiangeremo.









