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Gaza: «I bambini pagano il prezzo più alto; è una ferita nella coscienza globale»

Reem Alreqeb (Sos Children): «Situazione catastrofica per oltre mezzo milione di persone». Gerusalemme, patriarchi cristiani: «Restiamo qui»

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Agenzia SIR – Per gentile concessione
(Giovanna Pasqualin Traversa)

Una tragedia umanitaria, ma anche una ferita aperta nella coscienza globale. Il 22 agosto l’Onu ha ufficialmente dichiarato, per la prima volta in Medio Oriente, lo stato di carestia a Gaza. Come ha sottolineato il comitato IPC (Integrated Food Security Phase Classification), nella Striscia la situazione è «catastrofica» per oltre mezzo milione di persone. Inoltre, il devastato sistema sanitario non è in grado di far fronte alle enormi necessità. Secondo l’Oms, circa 14mila gazawi dovrebbero essere urgentemente evacuati per ricevere cure mediche salvavita per lesioni traumatiche che non possono essere curate localmente, oppure cancro o malattie cardiovascolari che richiedono un intervento specialistico immediato.

Gaza bambini
Reem Alreqeb (foto Sos Children’s Villages Palestine/SIR)

Secondo Onu e Unicef, circa 50mila bambini sono morti o feriti, circa 17mila sono rimasti senza famiglia e circa 1 milione sono stati sfollati. Sos Children’s Villages Palestine, presente nella regione – a Betlemme dal 1968 e nella Striscia di Gaza dal 2000 – è un punto di riferimento per la popolazione locale.

SIR ha intervistato Reem Alreqeb (nella foto), direttrice del Gaza Program per Sos Children’s Villages Palestine.

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Reem Alreqeb, qual è la situazione sul campo?

«È una catastrofe umanitaria senza precedenti. Oltre mezzo milione di persone vive in condizioni di fame estrema, e il sistema sanitario è completamente devastato. Le famiglie sono ammassate in rifugi sovraffollati, senza privacy, sicurezza o accesso a beni di prima necessità. Le donne cercano disperatamente di proteggere i propri figli, ma senza cibo, acqua pulita o assistenza medica, è una lotta quotidiana contro l’impossibile».

Qual è la condizione dei bambini?

«I bambini stanno pagando il prezzo più alto. Hanno perso genitori, casa, scuola, e quel senso di sicurezza che ogni infanzia dovrebbe avere. Per molti la realtà quotidiana è fatta di paura, incertezza e privazioni: soffrono di incubi, ansia, profonda tristezza. Alcuni sono rimasti completamente soli. Invece di andare a scuola, passano le giornate in fila per un po′ di cibo o un po’ di acqua. Eppure, mostrano una resilienza straordinaria. Ma non basta. Hanno bisogno di stabilità, protezione, amore».

Sos Children’s Villages è presente a Gaza dal 2000. Come riuscite a operare in queste condizioni?

«Con enorme difficoltà. Il nostro campo a Khan Younis ha un pozzo, ma per pompare l’acqua serve carburante: quando manca, e succede spesso, non c’è acqua. Fuori dal campo le famiglie utilizzano spesso fonti non sicure, con gravi rischi per la salute. I prezzi del cibo sono fuori controllo, e nei mercati non si trova quasi nulla perché le scorte sono quasi esaurite. I medicinali sono gravemente carenti».

Gaza bambini
Gaza (foto Emergency)

«Nonostante ciò, continuiamo a fornire assistenza alternativa ai bambini non accompagnati, offrendo protezione, supporto psicosociale, spazi sicuri e accesso a beni essenziali. Cerchiamo di ricostruire un senso di famiglia e dignità, anche in mezzo al caos».

Quali sono le maggiori sfide per gli operatori umanitari?

«La più grande è garantire il minimo indispensabile ai bambini già affidati alle nostre cure. Cibo, acqua pulita, medicine e un ambiente sicuro. Ma riceviamo ogni giorno richieste disperate da famiglie vulnerabili che non riusciamo sempre a raggiungere. È straziante sapere che ci sono bambini che hanno bisogno di tutto e non poter fare abbastanza. Eppure, il nostro personale continua a operare ogni giorno con grande dedizione, spesso assumendosi rischi personali».

Stiamo assistendo a livelli di violenza inimmaginabili. Anche la distribuzione degli aiuti è diventata pericolosa.
Gaza bambini
(Foto AFP/SIR)

«Sì, famiglie innocenti vengono uccise mentre cercano di ottenere beni di prima necessità. Ma non ci sono alternative, non si tratta di una scelta: è sopravvivenza. Con i mercati quasi vuoti e con prezzi fuori controllo, i genitori non possono restare a guardare i propri figli morire di fame. Per questo, anche in mezzo ai bombardamenti, continuano a cercare gli aiuti».

«È un atto di disperazione, ma anche di speranza. Gli aiuti non sono solo cibo: rappresentano anche l’umanità, la speranza che il mondo non li dimentichi e si prenda cura di loro».

In una lettera, la first lady turca Emine Erdogan ha esortato Melania Trump a prendere posizione a difesa dei bambini di Gaza. Cosa chiedete alla comunità internazionale?

«Di agire subito con coraggio e decisione. Di fermare la guerra perché questa sofferenza è intollerabile. Di garantire un accesso umanitario su larga scala, sicuro e permanente. Di proteggere i civili, soprattutto i bambini. E di non limitarsi agli aiuti alimentari e alle forniture sanitarie: servono servizi psicosociali, istruzione, supporto emotivo. La sopravvivenza non è solo fisica. È anche emotiva e psicologica».

Sale a 303 il numero totale di morti per fame nella Striscia, inclusi 117 bambini. Lo affermano i responsabili della sanità Gaza, citati da Al Jazeera, secondo cui altre tre persone sono morte di malnutrizione nell’enclave nelle ultime 24 ore. Lo riferisce Vatican News.

Continua, intanto, l’offensiva israeliana, che miete ancora vittime tra i civili. Sono almeno 24 i palestinesi rimasti uccisi negli attacchi dell’Idf in tutta la Striscia dall’alba di oggi. A Gaza City, riporta Al Jazeera, sarebbero state colpite quattro case, in particolare nei quartieri di Zeitoun e Sabra. Nella zona centrale sono stati uccisi due palestinesi, tra cui un bambino di due anni.

Gaza bambini
Il patriarca greco-ortodosso Teofilo III e il patriarca latino, cardinale Pierbattista Pizzaballa, di Gerusalemme

I sacerdoti e le suore della Chiesa della Sacra Famiglia a Gazacolpita lo scorso 17 luglio da un raid israeliano che ha provocato tre morti, ferendo lievemente anche il parroco padre Gabriel Romanelli – e di quella greco ortodossa di San Porfirio «hanno deciso di rimanere e continuare a prendersi cura di tutti coloro che si troveranno nei due complessi». È quanto affermato in una dichiarazione congiunta pubblicata questa mattina, 26 agosto, dal patriarcato greco ortodosso e dal patriarcato latino di Gerusalemme, che esprimono preoccupazione dopo la recente decisione del governo israeliano «di prendere il pieno controllo della città di Gaza». Lo riporta Vatican News.

Ricordando come i due complessi siano stati «rifugio per centinaia di civili», tra cui «anziani, donne e bambini» e «persone con disabilità», i patriarchi evidenziano le sofferenze che queste persone già portano addosso a causa di quasi due anni di guerra: «Molti sono indeboliti e malnutriti» e per loro, dunque, «cercare di fuggire verso sud equivarrebbe a una condanna a morte».

«La popolazione della città di Gaza – si legge ancora nella nota – dove vivono centinaia di migliaia di civili, e dove si trova la nostra comunità cristiana sarà evacuata e trasferita a sud della Striscia». «Ordini di evacuazione» già emessi «per diversi quartieri della città di Gaza» e «pesanti bombardamenti», che aggiungono «ulteriori distruzioni e morti in una situazione già drammatica prima dell’inizio dell’operazione». Azioni che dimostrano, secondo i due patriarcati, che «l’operazione non è solo una minaccia, ma una realtà già in fase di attuazione».

Nell’incertezza che sta per colpire non solo «la nostra comunità», ma «l’intera popolazione», la dichiarazione ribadisce che «non può esserci futuro basato sulla prigionia, lo sfollamento dei palestinesi o la vendetta. Non è questa la giusta via – si legge ancora nella nota -. Non vi è alcuna ragione che giustifichi lo sfollamento deliberato e forzato di civili».

«La decisione presa congiuntamente dal card. Pierbattista Pizzaballa e da Teofilo III, patriarchi cattolico e greco ortodosso di Gerusalemme, di non ritirare la presenza di suore e religiosi dalla Striscia di Gaza e di non muoversi da lì per stare in mezzo al loro popolo (veramente “piccolo gregge”, ma proprio per questo più bisognoso d’aiuto) nel corso della dissennata offensiva israeliana su quella terra martoriata ha un reale sapore evangelico». Lo sottolineano, in una nota ripresa dall’Agenzia SIR, le Acli.

«Il rimanere in mezzo al popolo che è stato loro affidato, un ministero di amore prima che di dovere, implica assumere i rischi che sono propri di chi sta disarmato in mezzo alla guerra, sapendo però che forse questo è l’unico modo possibile per creare i presupposti per la pace: lo ricordava Papa Francesco, richiamando il card. Martini che in una veglia per la pace “pose l’accento sulla capacità di intercedere”, cioè di situarsi tra i contendenti, mettendo una mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio che questo comporta. Costruisce la pace chi sa prendere posizione con chiarezza, ma al tempo stesso si sforza di costruire ponti, di ascoltare e comprendere».

Come precisano i due pastori nella loro dichiarazione, «non c’è alcun motivo che giustifichi una simile deportazione di civili» ed è tempo «di porre termine a questa spirale di violenza, di finire la guerra, di avere come priorità il bene comune della popolazione»: «Parole forti, che hanno un significato particolare» nel momento in cui provengono da comunità cristiane «unite in un ecumenismo solidale e pacificatore che costituisce un richiamo per tutte le parti coinvolte», sottolineano le Acli, secondo cui «è importante che ciò accada nello stesso giorno in cui la Santa Sede rende noto il tema della Giornata della pace 2026, voluto da Leone XIV, che si rifà alle prime parole che egli pronunciò il giorno della sua elezione: “La pace sia con tutti voi: verso una pace ‘disarmata e disarmante’“».

«Disarmata», commentano le Acli, «cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti»; «disarmante», «perché capace di sciogliere i conflitti, aprire i cuori e generare fiducia, empatia e speranza. Non basta invocare la pace, bisogna incarnarla in uno stile di vita che rifiuti ogni forma di violenza, visibile o strutturale».

Le Acli si associano al gesto coraggioso dei due pastori e di tutte le Chiese di Terra Santa e ribadiscono «il loro rifiuto della violenza e la richiesta di un cessate il fuoco, della liberazione di tutti gli ostaggi e la ripresa di un vero cammino di pace che coinvolga le tre grandi fedi che originano da quella che Giorgio La Pira chiamava la “tenda di Abramo”».

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