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Giornalista e scrittrice, Enrica Cammarano è stata eletta consigliera comunale ad Albano Laziale, popolosa città dei Castelli Romani, nel 2015 e riconfermata nel 2020. Nello stesso anno è stata nominata assessora nella giunta guidata da Massimiliano Borelli, con deleghe alle Risorse umane, ai Trasporti e Mobilità sostenibile, al Piano strategico, alla Semplificazione amministrativa e alle Pari opportunità. Con lei parliamo di società della cura, tra crisi globali e sfide educative.
Negli ultimi anni si è parlato molto di “cura” come scelta politica. Oggi questo concetto è ancora attuale?
«Assolutamente sì, ma oggi assume un significato ancora più urgente. Viviamo una fase in cui le crisi non sono più episodiche, ma strutturali. Ai conflitti già in corso se ne stanno aggiungendo altri, con equilibri sempre più instabili, e le conseguenze si riversano direttamente sulla vita quotidiana delle persone. La crisi energetica, aggravata da scelte politiche e tensioni internazionali, sta generando un effetto a catena sull’economia reale. E come sempre, a pagare il prezzo più alto sono le famiglie con redditi più bassi».
Quanto pesa questa situazione sulle condizioni sociali?
«Pesa moltissimo. Perché quando il costo della vita cresce e i redditi restano fermi, la prima cosa che si incrina è la tenuta sociale. Sempre più famiglie fanno fatica a sostenere spese essenziali e questo produce insicurezza, frustrazione rabbia. È un terreno delicatissimo, perché se non viene affrontato con serietà e responsabilità, rischia di trasformarsi in conflitto sociale. Ed è qui che si misura la differenza tra chi prova a governare i problemi e chi, invece, li usa».
Si riferisce anche al modo in cui queste crisi vengono raccontate?
«Sì. Oggi viviamo dentro una comunicazione sempre più distorta: a volte omissiva, altre volte faziosa. Si semplifica tutto, si riduce la complessità a slogan, si costruiscono narrazioni che alimentano la paura. Questo non aiuta le persone a capire, ma le rende più sole e più esposte. La politica dovrebbe fare l’opposto: spiegare, accompagnare, costruire strumenti per leggere la realtà. Anche questo è “cura”».
In questo contesto, perché torna a mettere al centro la scuola?
«Perché la scuola è il primo luogo in cui una società decide che tipo di cittadini formare. Oggi, tuttavia, la scuola è spesso schiacciata su una funzione trasmissiva, mentre fatica a intercettare fino in fondo le trasformazioni sociali che attraversano le famiglie, i territori, le nuove fragilità. C’è una distanza, che si è creata nel tempo e che rischia di crescere se non interveniamo».
Cosa significa, concretamente, ripensare i processi educativi?
«Significa riconoscere che educare non è solo insegnare contenuti, ma formare persone. Vuol dire costruire strumenti critici, capacità di leggere la complessità, educazione alla relazione, al rispetto, alla responsabilità. Vuol dire riportare la scuola dentro la realtà sociale, non lasciarla isolata. Significa anche rafforzare l’alleanza tra scuola, famiglie, istituzioni e territorio. Perché nessun sistema educativo può sostenersi da solo».
Qual è, quindi, la priorità politica oggi?
«La priorità è non farsi trascinare dalla logica dell’emergenza permanente, ma costruire una visione. Questo significa affrontare le difficoltà economiche con misure concrete (sul lavoro, sui redditi, sul costo della vita) ma allo stesso tempo investire su ciò che tiene insieme una società: istruzione, welfare, diritti».
In conclusione, che messaggio vuole lasciare?
«Che non possiamo permetterci di arretrare. La risposta alle crisi non può essere la divisione, ma più comunità, più responsabilità, più investimento sulle persone. Se vogliamo davvero costruire una società della cura, è dalla scuola che dobbiamo ripartire».










