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Ombre millenarie e slanci contemporanei. All’ombra delle severe campiture romaniche della Concattedrale di Santa Maria Assunta di Bitonto, città ricca di storia dell’area metropolitana di Bari, l’atto conclusivo della venticinquesima edizione del Beat Onto Jazz Festival ha travalicato i confini del semplice concerto per farsi rito collettivo. Una piazza gremita e ipnotizzata ha accolto l’energia prorompente della Banda di Pino Minafra, capace di scompaginare la materia sonora e trasformare uno scorcio storico in un organismo pulsante, denso di memoria e proiettato al futuro.

Il sipario si è alzato sulle note impetuose di “A Tubo” di Ernesto Abbate, sotto la direzione vigorosa di Michele Di Puppo: un prologo dalla teatralità plastico-dinamica che ha subito impresso un ritmo serrato alla serata. Senza soluzione di continuità, il suono si è poi disteso nelle trame di “West Side Story” di Leonard Bernstein. Guidata dall’acume di Nicola Cotugno, l’opera ha dismesso gli abiti della rigida partitura per farsi materia viva, lasciando che il rigore della scrittura dialogasse fertilmente con la vertigine dell’improvvisazione.
È in questo alveo di continua contaminazione che si è innestata “Sacra Romana Rota”, a firma di Nino Rota e Bruno Tommaso, sempre sotto la bacchetta di Cotugno. Pagina complessa, a tratti manierista, in cui si sono distinti gli assoli virtuosi di Leonardo Di Gioia alla fisarmonica, Vincenzo Di Gioia al sax e Antonio Fallacara al flicorno soprano: un triangolo espressivo capace di traghettare il pubblico in una dimensione sospesa tra misticismo e visione.
Con un repentino cambio di registro, il concerto ha poi riallacciato i fili con la terra grazie alla “Tarantella di Kircher”, riletta da Livio Minafra nella duplice veste di compositore e direttore. La tradizione si è fatta qui ritmo febbrile e vertiginoso, sostenuta dal dialogo serrato e vibrante tra Leonardo e Vincenzo Di Gioia.
Il vertice emotivo e concettuale della serata è stato raggiunto con “Terronia”, pagina iconica firmata e diretta da Pino Minafra. Più che un brano, un vero e proprio manifesto identitario: ruvido, necessario, viscerale. Le polifonie cristalline delle Faraualla, il pianismo dirompente di Livio Minafra, gli affondi dei Di Gioia e gli squilli luminosi della tromba di Tony Santoruvo hanno intessuto un arazzo sonoro di rara potenza, dove la rivendicazione culturale si è fusa con l’orgoglio dell’appartenenza.
A smorzare i toni, quasi per una necessaria catarsi, è giunta la parentesi lirica ed intimista di “Dio Pazzo Dio Pane”. Livio Minafra, al pianoforte e alla direzione, ha tratteggiato un’atmosfera sospesa, rarefatta, dove il suono pareva nascere dal silenzio per dissolversi nella pietra della piazza.
A chiudere il cerchio, la carica corrosiva e dissacrante di “Fantozzi”, sempre a firma di Pino Minafra: un finale corale ed esplosivo che, grazie all’impeto propulsivo di tutti i solisti, ha restituito al pubblico un senso di festosa e liberatoria partecipazione.
Su tutto, l’impronta di Pino Minafra – guida carismatica e demiurgo capace di far convivere disciplina ed eversione jazzistica – affiancato da un Livio Minafra sempre più punto di riferimento e snodo cruciale dell’ensemble. Ancora una volta, la Banda di Pino Minafra ha dimostrato di non essere soltanto una formazione orchestrale, ma un atto politico e culturale permanente: irriducibile, vivo, indispensabile.









